Un’ombra sul fiume Merrimack – Cap I e II


E iniziamo con la nuova avventura! Leggeremo una anteprima di questo avvincente giallo e deciderete se i personaggi, la trama, lo spessore del romanzo vi avranno convinto e se sarà il caso di continuarne la lettura! Vi invito a dare un voto, completamente anonimo, cliccando sulle stelline che troverete in alto sulla sinistra della pagina. Fatemi capire insomma se gradite questa mia iniziativa….Buona Lettura!!!

               UN’OMBRA SUL FIUME MERRIMACK

                              di Daniela Alibrandi

                              ( Tutti i diritti riservati)

                                         CAP I

Lei stava pattinando e finalmente riusciva a calibrare la spinta impressa al movimento della gamba con la resistenza opposta dalla lastra ghiacciata. Davanti al suo sguardo si fondeva il grigio chiaro del fiume con quello più scuro del cielo. Era perfino piacevole sentire l’aria gelida sul viso, mentre chiudeva gli occhi e si lasciava trasportare leggera sulla superficie ghiacciata. Più in là la sua amica Jenny stava cercando di fare altrettanto e, a dispetto della sua obesità, riusciva a esprimere leggerezza e agilità. Il silenzio veniva interrotto solo dal ritmico andare dei pattini e, in quella luce tenue e crepuscolare, riuscivano addirittura  a guardarsi e a sorridersi di tanto in tanto. Era trascorso quasi tutto l’inverno nel gelo del New England. Ora non era difficile sopportare il freddo meno tagliente, che caratterizzava l’avvicinarsi della primavera nel New Hampshire.

Più volte le era stato raccomandato di non andare a pattinare sul fiume, dove si erano verificati incidenti mortali, soprattutto alla fine della stagione invernale. Alcuni ragazzi erano stati inghiottiti dal Merrimack e, nel migliore dei casi, i loro corpi erano stati ritrovati, dopo il disgelo, molti chilometri a valle, verso l’Oceano. Lei, invece, aveva preferito dar retta a Jenny e scegliere un posto sul fiume dove, battendo con i pattini la superficie, avevano delimitato un’area apparentemente solida e sicura. Del resto l’unica pista di pattinaggio si trovava dall’altra parte del bosco e veniva ricavata congelando l’acqua di quella che d’estate era una grande piscina. Era facile perdere l’orientamento nella macchia boschiva durante le frequenti tempeste di neve.

─ Jenny, che ne dici sarà ora di andar via?

─ No, ti prego, ancora cinque minuti, promesso! ─ L’amica non era mai felice di rientrare a casa. Vi avrebbe trovato una madre alcolizzata e un patrigno violento. Al contrario Diana sentiva che era proprio il momento di tornare. Da lei c’era il nonno materno, che l’aspettava con ansia, mentre in tutta la casa immaginava si stesse già diffondendo un caldo odore di zuppa e dolci. Decise però di far contenta Jenny, altri cinque minuti non erano poi molto. In quegli ultimi attimi volle tornare con un generoso slancio verso il confine del perimetro che avevano tracciato, un’ultima emozione prima di rientrare. Mentre scivolava leggera sentì un tonfo al di sotto del ghiaccio, frenò e si accorse che in quel punto la lastra era più sottile e stava cedendo. Rabbrividì, restò immobile, ogni movimento poteva esserle fatale. All’improvviso si rese conto che era quasi buio, il ghiaccio sotto i suoi piedi non reggeva e poteva essere trascinata dalla corrente sottostante. Ebbe solo la forza di piegare in avanti la testa e guardare al di sotto della superficie. Come temeva, riusciva a indovinare il movimento dell’acqua e sentì chiaramente che qualcosa urtava la lastra. I suoi occhi dilatati osservarono con attenzione cosa stava accadendo. Era un oggetto, no, una forma scura che veniva trasportata lentamente e ciò che aveva colpito la superficie era, guardando meglio, una mano protesa come a chiedere aiuto! La sagoma scura passava lentamente sotto i suoi piedi e scivolava, lasciando intravedere la forma di una testa e di un corpo gonfio. Se si fosse staccata la lastra lei sarebbe stata inghiottita e rapita da quel cadavere, che l’avrebbe trascinata con sé nella profonda oscurità.

─ Jeeennnny! ─ gridò a squarciagola e iniziò a correre, puntando i pattini sul ghiaccio dove si disegnavano, sotto i suoi colpi, delle sinistre ragnatele.

─ Diana, cosa c’è? ─ chiese l’amica allarmata. Lei non aveva più tempo per parlare, ormai sentiva i piedi bagnarsi di acqua gelida ed era certa di stare per morire sotto i ghiacci del New Hampshire. <<Ancora più svelta>> si disse puntando i piedi sempre più avanti << Ancora più svelta per sopravvivere!>>. In lontananza sentiva la voce di Jenny che si era resa conto dell’accaduto. I pattini ormai erano zavorre che l’avrebbero trascinata in fondo, ma costituivano ancora l’unico e ultimo mezzo di salvezza.

─ Jenny, corri, aiutami! ─ l’amica sembrava paralizzata e inebetita, ma si risvegliò di colpo, pattinando a tutta forza verso di lei. Frenò a qualche metro di distanza tendendole le mani. Diana sapeva che Jenny non si sarebbe potuta avvicinare di più o sarebbe stata inghiottita anch’essa. Ancora due o tre passi e avrebbe afferrato la sua mano, ma se il ghiaccio avesse continuato a infrangersi non ce l’avrebbe fatta. Ogni cosa iniziava a sembrarle una realtà a cui lei non sarebbe mai più appartenuta. Quei pochi centimetri erano divenuti una distanza insormontabile, attraverso la quale si sarebbe dissolta la sua giovane esistenza, e si stava sentendo troppo stanca per  superarla. La disperazione, il terrore più profondo si impossessarono di lei. L’acqua gelida aveva raggiunto le sue gambe e il loro movimento non rispondeva ai febbrili comandi che lei inviava. La mano di Jenny era lì, ma lei non l’avrebbe mai raggiunta e già si sentiva risucchiare dall’acqua, il suo corpo era ormai proiettato all’indietro e la fine era vicina.

─ Noo Diana, ce la puoi fare! Prendi la mia mano! ─ urlò Jenny disperata, avanzando ancora di un passo. Qualcosa in quel grido lacerante fece sì che Diana muovesse le gambe pietrificate. Sentì che in quel punto la lastra di ghiaccio tornava a essere più solida e finalmente  la reggeva. Puntò ancora il pattino, sentì la mano di Jenny che l’afferrava portandola finalmente in salvo. Era esausta e Jenny la trascinò come un sacco sul ghiaccio fino alla riva del fiume. L’acqua gelida sembrava aver raggiunto anche le sue ossa. Prese a tremare come una foglia.

 ─ Accidenti a te Diana, lo sapevi che lì era il limite sicuro! ─  Diana stava pian piano riprendendo fiato, ormai sedevano sulla terra ferma e potevano sfilare i pattini. Jenny tolse i suoi e poi iniziò a toglierli anche all’amica, che sembrava non poter compiere un singolo movimento.

─ Jenny…─ Diana cercava di articolare le parole, ma ora le sembrava impossibile ragionare in inglese, una lingua che non le apparteneva. Si sforzò e tradusse ciò che doveva raccontare.

─ Jenny, non crederai mai a ciò che ho visto! ─ L’amica le stava infilando i doposci che sotto la suola montavano le utilissime racchette da neve, e stava faticando non poco.

─ Cosa avrai mai visto? Forse la morte che ti sedeva vicino? ─ Cercò di scherzare.

─ No!─ esclamò Diana ─ ho visto un corpo passare sotto la lastra di ghiaccio! Era un corpo….─  aveva paura anche a pronunciare la parola ─ … morto e gonfio! Dobbiamo dirlo a mia madre, dobbiamo chiamare la polizia! ─ Jenny spalancò la bocca e si sedette sfinita.

─ É quasi notte Diana, chissà cosa avrai mai visto con il terrore che avevi addosso! Vuoi dirlo a tutti, ma sei scema? Stavamo pattinando dove ci è stato proibito di farlo, se questo arrivasse alle orecchie del mio patrigno mi ammazzerebbe di botte! No io non dirò mai che ero qui con te, tutti ti crederanno una bugiarda o peggio, una matta.

Diana sapeva che l’amica aveva ragione. Anche a lei sarebbe stato poi proibito di uscire, proprio ora che iniziava la primavera e mancava così poco al suo rientro in Italia. Jenny la guardò in modo fermo:

─ Credimi, questo posto lo conosco bene, ci sono nata, qui tutti scorgono ciò che è consentito vedere. Dammi retta è molto meglio che dimentichi ciò che hai visto, se lo hai visto. Finiamola qui con questa storia e torniamo a casa o congelerai. ─ Era vero, meglio riscaldarsi per non morire congelata.

                     ***

Non mi guardare ancora con quegli occhi sbarrati! Non provo pietà e tu dovresti saperlo. Ti dimenavi troppo, mentre scivolavi nell’acqua gelida. Avevo il potere in quel momento sulla tua vita insignificante e tu non capirai mai quale sia la sferzata che attraversa la mente e le membra di chi uccide. La tua mano in cerca di salvezza, i tuoi occhi senza coraggio davanti alla morte. Non era la prima vota che toglievo la vita, ma non illuderti che lo abbia fatto per te. Stavolta ho ucciso solo per i suoi occhi azzurri…

CAP II

Diana si svegliò la mattina successiva, che la testa le faceva male e con in bocca un sapore amaro. Aveva avuto un incubo. Come in un film dell’orrore sentiva di essere afferrata da una mano gelida, che la trascinava via con sé, fino nella più profonda oscurità del fiume. Era stata una vera nottataccia. Sentiva le tempie pulsare e una strana nausea le dava un intenso senso di malessere. Si girò più volte nel letto, cercando di diminuire i fastidi che sentiva. Non riusciva a ripensare al fiume. A quell’ora poteva essere anche lei un corpo che fluttuava lentamente sotto il ghiaccio. Jenny avrebbe dovuto raccontare della loro disobbedienza e di come aveva visto sparire la sua amica nelle acque gelide. La mamma sarebbe impazzita dal dolore e il nonno non sarebbe sopravvissuto alla disgrazia. Si soffermò a osservare il soffitto, come se vi potesse scorgere alla moviola ciò che le era capitato. Ne era certa, lei lo aveva visto quel cadavere chiaramente, ma continuava a dare ragione a Jenny. Non ne avrebbe mai dovuto parlare.

Anche se si trovava lì da pochi mesi, stava imparando a comprendere il silenzioso linguaggio degli abitanti di quel paesino del New Hampshire. Era stato sufficiente notare la diffidenza che c’era stata nei suoi confronti, visto che veniva dall’Italia, oppure ricordare il discreto suggerimento, che aveva ricevuto da alcune compagne di scuola, di non frequentare Jenny, dato che aveva una famiglia disastrata. E poi lo sguardo attento a come ci si vestiva, con chi si parlava, ciò che si era detto, come si doveva apparire. Tutto ciò le aveva dato la sensazione, all’inizio, di vivere nel ghiaccio in tutti i sensi.

C’era qualcosa, però, in quel luogo che l’affascinava e a cui stranamente sentiva già di appartenere. Non avrebbe rovinato tutto, proprio ora che a sua madre era stato assicurato un contratto come insegnante di lingue alla Sacred Heart Highschool. Sarebbero dovute tornare in Italia solamente per vendere la casa e sistemare alcune pratiche. Tutto se questo esperimento di vita di un anno non fosse naufragato. E si era rivelata un’esperienza indimenticabile, che molti suoi coetanei italiani le avrebbero certamente invidiato.

Le piaceva svegliarsi in quella casa americana disposta su tre piani, che la mattina era riscaldata in modo omogeneo dal calorifero che, come un serpente, si snodava lungo tutto il perimetro della dimora, rendendo la temperatura mite e uniforme ovunque. Le veniva da ridere ricordando la sua abitazione di Piazza Vittorio. Era enorme, dalle pareti fredde e nude, con un corridoio immenso, dove si affacciavano le porte delle stanze e dei servizi.  Agli angoli degli alti soffitti sfoggiava dei blasoni stuccati ed emanava un sottile, incomprensibile sentore di decadente nobiltà romana. Posta al primo piano di un palazzo umbertino, era arredata con mobili dignitosi e lucidi, troppo pochi per riempire quegli ambienti, inutilmente riscaldati da una stufa. Era il 1965, in Italia ancora non si erano visti i caloriferi, le lavatrici-asciugatrici, o l’apriscatole elettrico e il tritarifiuti, che erano in dotazione alle case americane.

Ora, invece,  lei godeva di quella disposizione articolata in modo che al piano terra si vivesse una sfera comune, distribuita tra la cucina e il salone attiguo, mentre al primo piano ognuno potesse godere dell’intimità nella propria camera da letto. Il profumo del legno col quale la casa era stata costruita invadeva piacevolmente tutti gli ambienti. Essa si ergeva sul pendio che scendeva dolcemente verso il fiume, e l’enorme vano della cantina era interrato dal lato della casa che dava su Brown Avenue, mentre risultava essere il pian terreno, con entrata indipendente, dalla parte che si affacciava verso il fiume Merrimack. E poi c’era quel panorama freddo e nordico che racchiudeva in sé una percettibile passionalità. Il bosco e il fiume da un lato, mentre dall’altro iniziava, oltre la St. James Church e l’edificio della sua scuola, un’altra macchia boschiva che separava la loro casa dall’Hotel Le Sequoie, dove d’inverno si pattinava.

Diana si  sentì a un tratto molto meglio e decise di alzarsi. L’aveva raggiunta il profumo della colazione che il nonno aveva preparato per lei e la sua mamma, la quale  era quasi pronta per uscire e  bussava in quel momento alla sua porta.

─ Diana, cosa fai, non ti alzi? ─ nella sua voce c’era un fondo di preoccupazione, sentiva che qualcosa non andava.

 ─ Sì mamma, ora mi vesto, ho solo un po’di mal di testa stamattina.

La madre, Eleonora, accese la luce e la studiò attentamente. Diana riconobbe quello sguardo angosciato che non vedeva in lei da tempo. La sua vita si era spezzata quando, incinta di sei mesi del secondo figlio, suo marito Roberto, papà di Diana, era morto in un incidente stradale. Poi le doglie improvvise dovute alla disperazione e, nella stessa notte, la perdita della bambina che aspettava. E ora l’America, finalmente  un’opportunità per scappare via, dimenticare l’odore di fiori marci nel cimitero e cercare di iniziare un nuovo percorso.

─ Dio mio, Diana, sei rossa in viso e anche un po’ gonfia, ma che t’è successo? ─ chiese allarmata Eleonora, mentre avvicinandosi per sentirle la fronte, inondava la stanza del suo profumo francese  ─ Non avrai mica la febbre?

─ No mamma, non ho nulla, te lo assicuro, non cominciamo! Adesso mi preparo e vado a scuola, non ti preoccupare!

Con i suoi capelli folti, castano chiaro e quell’emanare femminilità, Eleonora dava sempre l’impressione di avvolgere tutto in una nube soffice e profumata, e Diana adorava il sentirsene rapita. La madre la scrutò per un lungo momento mentre valutava la situazione. Del resto Diana frequentava la St James School di fronte casa, lei sapeva quanto sua figlia tenesse a frequentare le lezioni.

─ Bene, la febbre non ce l’hai, però promettimi che se ti sentirai peggio farai chiamare il nonno, d’accordo?

─ D’accordo mamma. Adesso sbrigati che se no farai tardi. A che ora ti passa a prendere Mickey? ─ chiese Diana per riportarla alla sua realtà ed essere finalmente lasciata in pace.

 ─ Tra poco! ─ trasalì lei guardando l’orologio che aveva al polso.  Mickey, diminutivo di Michael, era un professore di storia nella stessa Highschool dove sua madre era insegnante di lingue. Avevano familiarizzato subito e, siccome lui viveva nella stessa zona della città, la mattina la passava a prendere. Era un bel giovane di trentadue anni, tre meno di Eleonora, viveva con l’anziana madre ed era unico figlio di un matrimonio felice, che si era concluso con la morte di suo padre, qualche anno prima. La sua abitazione si trovava  sulla collina al di là del bosco, un paio di chilometri a est della loro casa.

Si era deciso ad accompagnare Eleonora quando, percorrendo Brown Avenue durante le prime nevicate invernali, l’aveva trovata sempre vittima di mille difficoltà. Trenta gradi sotto lo zero, la neve che già da novembre raggiungeva il secondo piano della casa ed Eleonora, aiutata dal vecchio padre, che cercava di liberare, spalando, la stradina d’accesso. Se poi riusciva finalmente a salire in macchina e a partire, si vedeva da lontano che non sapeva guidare in quelle condizioni climatiche. La Ford Falcon che le era stata messa a disposizione dai Kenneth, la facoltosa famiglia che possedeva anche la casa dove vivevano, slittava  paurosamente, creando degli odiosi ingorghi. Così ora Mickey accompagnava Eleonora e il più delle volte la riportava indietro. C’era solo una giornata, quella del giovedì, in cui  le lezioni di storia si protraevano per tutto il pomeriggio e  sua madre  tornava con il mezzo pubblico che prendeva in città.

Diana finalmente si alzò e si guardò allo specchio che aveva sul comò. <<Pensavo molto peggio>> si disse mentre studiava il proprio volto, facendo delle smorfie per sincerarsi che tutto fosse a posto. Era da un po’che si trovava carina e riusciva a specchiarsi senza difficoltà. Il suo senso di colpa pian piano la stava lasciando. Per molto tempo aveva odiato vedere la sua immagine riflessa, come se i tratti del suo viso le ricordassero ciò che era stata capace di fare. Lei era già grande quando sua madre annunciò la nuova gravidanza e la gelosia che la pervase improvvisamente tramutò i suoi sentimenti. Prese a desiderare che accadesse qualsiasi cosa purché quel bimbo non venisse al mondo. Erano anni che si rimproverava quello che aveva pregato e che era puntualmente avvenuto. La bimba non era sopravvissuta e suo padre non c’era più. Le aveva lasciato solo il ricordo di due labbra umide, sfiorandola piano per non svegliarla in quella maledetta mattina.

Ora per lei, però, stava iniziando una nuova fase e sentiva l’arrivo dell’adolescenza. Durante l’inverno era cresciuta in altezza, il seno le si era gonfiato e, nonostante si ingozzasse di schifezze, era sempre molto magra, senz’altro più sottile di almeno la metà delle sue compagne di classe. I ragazzi cominciavano ad accorgersi di lei, cosa che non sempre era ben vista dalle sue coetanee, che a volte parlottavano qualcosa a suo riguardo, e questo la infastidiva non poco.

Diana dimenticò i suoi disturbi e si preparò in fretta per raggiungere i suoi amici, che già affollavano il cortile dell’Istituto. La scuola che frequentava era americana, senza programmi di sostegno per chi non conoscesse la lingua inglese, e i primi tempi erano stati molto duri per lei. Si sentiva spesso additata ed evitata, senza riuscire a capire cosa veniva detto. L’unica ragazzina che le si era avvicinata era stata Jenny, ma dopo un po’ Diana capì che lo aveva fatto perché anche lei era un’emarginata. Non ebbero difficoltà a fare amicizia e Diana, che aveva sete di imparare, in breve venne coinvolta da quello strano fenomeno che era l’apprendere una lingua diversa dalla propria. All’inizio solo suoni incomprensibili. Era come udire una melodia nella quale non si trovava mai il momento giusto per cantare. Presto però lei iniziò il suo viaggio in quella nuova e affascinante forma di comunicazione, riuscendo finalmente a intonare la giusta musicalità. Verso Natale già parlava fluentemente l’inglese e capiva al volo ciò che si diceva, rispondendo anche a tono, se necessario.

In classe  sedevano ognuno al proprio banco, nel cassettino del quale si trovavano i libri, utilizzati con rispetto dagli allievi dell’anno precedente. I suoi coetanei pian piano cominciarono a farla partecipare ai loro giochi e, senza accorgersene, anche alla complessità del loro mondo. Come conseguenza, la stessa Jenny aveva tratto vantaggio dall’arrivo di Diana. Insieme entrarono, infatti, a far parte dei gruppi di ragazzi che si dividevano in squadre per sfidarsi a correre e scivolare sulle pozzanghere ghiacciate, senza cadere. Jenny si limitava a fare il tifo, dato che il primo tentativo che fece fu disastroso e demolitivo per la pozzanghera stessa. E Jenny venne finalmente accettata nei gruppi di ragazzine che si accalcavano, prima di entrare a scuola, attorno a una radiolina per cantare tutte insieme “Barbar Ann”, dei Beach Boys. Riuscì addirittura a far apprezzare le sue doti canore, che non erano affatto da scartare.

Diana ora, vestita di tutto punto, scendeva la scala di legno e ferro battuto che immetteva negli ambienti del piano inferiore. Ciò le dava l’idea di far parte di una coreografia cinematografica. E il vedere nell’ampio salone il comodo divano, che l’avrebbe attesa fino a sera, le faceva sentire già la voglia di tornare a casa. Lì lei trascorreva le sue serate, mangiucchiando patatine e pop corn, oppure un gustoso gelato, mentre guardava la televisione insieme alla mamma. Un gioco di luci soffuse, che partivano dal soffitto, faceva di quell’ambiente il luogo ideale dove rilassarsi e meditare. Lei ora, però, calamitata dal profumo della colazione, si dirigeva verso la cucina, i cui componibili si sviluppavano su due lati mentre, in uno spazioso angolo, si trovava il tavolo tondo, illuminato da una lampada ad altezza regolabile. Su un piccolo mobile vicino alla finestra c’era la seconda televisione della casa, anch’essa a colori, che Diana guardava ogni mattina prima di iniziare la giornata. Lei considerava quella una fantastica novità, visto che in Italia non c’erano ancora apparecchi televisivi a colori e qui lei ne aveva addirittura due a disposizione, con una programmazione di ventiquattro ore.

La breakfast, tipicamente americana, l’attendeva sul tavolo. Era stata una scelta ben precisa quella di consumare i pasti secondo le abitudini del luogo. Perciò si abbondava nei dolci e nei grassi con marmellata di noccioline, pancetta, uova, dell’ottimo cydro. E poi gli immancabili corn flakes nel latte fresco, che trovavano tutte le mattine davanti alla soglia di casa insieme al giornale. Il nonno però non sapeva rinunciare a un buon cappuccino fatto all’italiana e, prima che uscisse di casa la nipote, gliene dava sempre un po’. Per lui era una bestemmia non bere caffè italiano e temeva di finire prima del tempo la ragguardevole scorta che aveva portato con sé.

Ora, mentre Diana mangiava, lui la stava osservando. Era bello vederlo, con il suo corpo ancora atletico e due belle spalle che si rifiutavano di curvarsi. I suoi  baffi e la barba così come i suoi capelli biondi, erano perfettamente curati  anche se stavano divenendo bianchi. Quelle sfumature di colore mettevano ancora di più in risalto i suoi grandi occhi chiari, ancora attenti e vispi. Era sempre molto calmo e paziente e per lei era divenuto, negli ultimi anni, quella figura paterna che le era così repentinamente mancata.

─ Come stai signorina oggi? Non mi sembri nei tuoi giorni migliori ─ chiese lui sorridendole con allegra complicità.

─ Nonno, direi che sto in uno dei miei giorni peggiori ─ rispose lei, sapendo che bastavano quelle poche parole e l’avrebbe coccolata ancora di più.

─ Ah, ma allora devi assolutamente mangiare una fetta di torta al cioccolato, ti fa stare su, ne hai bisogno! ─ disse lui alzandosi e tagliando in fretta una bella fetta di dolce che andava ad aggiungersi alla colazione ipercalorica.

─ Nonno, solo un pezzetto, perché sento anche un malessere allo stomaco…

─ Sciocchezze, devi tenerti su con il freddo che fa ancora fuori! Ma sei sicura che vuoi ugualmente andare a scuola? ─ Molte volte si capiva che gli avrebbe fatto piacere avere un po’di compagnia. Del resto la vita di suo nonno si svolgeva solitamente tra la cucina e la cantina, la cui porta si apriva accanto all’alto frigorifero. Era quella la parte della casa, che più profumava di legno di cedro e che in ampiezza prendeva l’intera superficie dell’abitazione. Quell’ambiente era stato assegnato di comune accordo al nonno, il quale lo aveva arredato a suo piacimento. Vi aveva posto un tavolo con gli arnesi utili per riparazioni da effettuare in casa, un comodo divanoletto e tutta l’attrezzatura per dar vita all’hobby che inseguiva da anni e che non era mai riuscito a praticare, la ceramica. C’era addirittura un piccolo forno per la cottura dei suoi lavori, accanto alla caldaia che alimentava la casa. I bauli, che attendevano tristemente di essere riempiti quando sarebbero ripartiti per l’Italia, erano l’unico ammonimento della temporaneità di quella sistemazione.

─  Sì, già mi sto sentendo meglio nonno, anzi dammela tutta la fetta di torta, va…─ e lo guardò dritto negli occhi per fargli capire che lei non avrebbe cambiato idea e sarebbe uscita di lì a poco. Iniziò a mangiare avidamente, cercando di non incontrare lo sguardo di lui. Sarebbe crollata davanti al suo modo disarmante di capirla e lei non doveva raccontare.

Finita la colazione, Diana immerse la tazza nel lavandino di cucina. Proprio sopra il lavabo, ampio e con due vasche, si apriva una finestra, come in tutte le case americane. La luce che ora filtrava dai vetri era più forte che nelle mattine invernali. Certo, di Roma le mancava il sole. Quel caldo asciutto romano, il cui profumo inebriante in primavera portava con sé sciami di uccelli. Ammirava però quello scenario nordico che ora si dipanava dinnanzi ai suoi occhi e che riusciva a trasmettere, con i suoi colori tenui e soffusi, un’immensa pace. Il suo sguardo carezzò la vallata dove in fondo scorreva il Merrimack. Rabbrividì ancora al pensiero che aveva rischiato di morire nelle sue acque.

─ Diana, forza cara! Se hai deciso di andare a scuola ti devi sbrigare! ─ disse il nonno sorridendo.

─ Hai ragione nonno, ora vado. Ti voglio bene! ─ Così dicendo si diresse verso la porta d’ingresso principale, quella che dava su Brown Avenue. Carezzò il tavolo di legno di faggio posto in un angolo del salone ammirandone, come sempre, le lucide venature. Guardò fuori dalle ampie finestre la sagoma bianca della chiesetta e uscì. Ricordava le mattine del trascorso inverno, quando la temperatura  aveva raggiunto i trenta gradi sotto lo zero e, uscendo da casa, aveva avuto la terrificante sensazione che l’aria non le entrasse nei polmoni. Allora ci volle un po’prima che si abituasse a tanto gelo ma, una volta preso il via, non vedeva l’ora di uscire la mattina per dimostrare a se stessa quanto era forte. E ora c’era un nuovo giorno fuori ad attenderla.

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