LE NEWS

C’era una volta una donna bellissima


C’era una volta una donna bellissima, dai lunghi capelli neri e due occhi talmente grandi che guardandoli si riusciva persino a entrare nella sua anima. Il suo sorriso era una brezza che raggiungeva il cuore, le sue mani morbide carezzavano in modo sublime e le sue labbra si nutrivano di me, baciandomi. Il suo profumo pervadeva tutta la casa e le ninne che mi cantava continuavano a cullare i miei sogni, fino al mattino. Era bello stare con lei, insieme vedevamo sorgere il sole, trascorrere il giorno e giungere la notte, sempre vicine. Le pappe, le nenie, l’odore del suo latte, le favole che parlavano di un mondo lontano, ma che lei riusciva a rendere vicino e possibile. Inebriante era scoprire che l’Universo, attraverso i suoi occhi, era un orizzonte luminoso dove tutti i nostri desideri si sarebbero potuti realizzare. Un rincorrersi infinito di fate e di gnomi che sembravano materializzarsi, rendendoci parte della loro infallibile magia. E la donna bellissima, meravigliosa volgeva il suo sguardo felice a me e al mio crescere  armonioso.

Tutto questo festoso entrare in innumerevoli castelli incantati, si fermò nel giorno in cui una strega cattiva fece sì che vedessi la donna bellissima, ancora prima dell’alba, pronta a uscire, indossando un grembiule grigio e con i lunghi capelli raccolti in una cuffia bianca.

“Dove vai?” stentai, cercando di far uscire le mie prime sillabe, una domanda che lei intuì solo dal mio sguardo di infante.

Era bellissima quella donna, anche con il grembiule che mortificava le sue forme e la cuffia che nascondeva la sua folta chioma. Mi rivolse un sorriso, meno vibrante di quelli a cui ero abituata, quasi triste.

“Sei grande ora, io torno in fabbrica, tra poco viene la vicina”. Un bacio veloce e leggero sulla mia fronte impallidita. Sola, mi lasciava sola senza più magie da creare! Tentai a lungo di richiamare le mie amiche fate, per far realizzare l’unico desiderio che sentivo crescere a dismisura in me, quello cioè di averla ancora vicina. I castelli incantati erano crollati sotto i colpi di quell’unica realtà, lei andava al lavoro, anche se io non ero grande, non parlavo ancora e non sapevo neppure nutrirmi. E doveva farlo per darmi da vivere. Così giorno dopo giorno, ogni mattina, senza pietà, prima dell’alba lei doveva lasciare il caldo del nostro letto e anche se pioveva o nevicava, oppure tuonava forte, lei doveva andare e nei suoi occhi senza futuro si vedevano le lacrime che non sarebbero mai uscite. Io temevo che non sarebbe più tornata a scaldare le mie notti.

“Quando torni?”

Uno sguardo furtivo, senza più sorridermi.

“Presto, molto presto!” Ma presto non era mai, anzi gli orari si allungavano, c’era la crisi, bisognava lavorare di più per non perdere quel niente che si aveva. Quando c’era lei era solo notte, non vidi più i raggi del sole filtrare attraverso i suoi capelli, che ora erano corti e più radi. La pelle morbida e radiosa, che io ricordavo, si avvizziva ogni giorno di più e i suoi occhi non erano poi così immensi. La sera riusciva a cantare solo una strofa delle mie ninne, perché lei era stanca. Il suo profumo era sparito e dalle sue mani, con la pelle ormai ruvida e martoriata, si indovinava solo il terribile olezzo della trielina.

Povera donna bellissima! Nella fabbrica di ottica le avevano assegnato il lavoro più difficile. Le lenti di vetro arrivavano su di un nastro che scorreva veloce, una dopo l’altra e lei, veloce più di loro, doveva lavarle nella trielina, collaudarle alla luce di una lampada, preparare la scatoletta di cartone e incartare ogni lente, tutto prima che arrivasse quella successiva. Se lei non avesse compiuto tutti quei gesti in pochi secondi, la lente in arrivo sarebbe caduta in terra e l’avrebbe dovuta pagare lei, con il suo già misero salario. Sarebbe mai potuta tornare ad essere bellissima quella donna? Disperata mi dicevo che no, non le sarebbe più stato possibile. Ora era soffocata dal tanfo della trielina e aveva gli occhi perennemente arrossati a causa degli acidi, i cui vapori invadevano tutto l’ambiente dove lavorava.

Crescevo e mi ponevo molti interrogativi. A volte, mentre mangiavo ciò che lei mi cucinava, trovavo il momento opportuno per farle delle domande:

“Al lavoro non usi i guanti?”

Lei mi guardava nel modo dolce che me la faceva riconoscere.

 “All’inizio me li hanno dati, ma con l’utilizzo degli acidi si sono presto consumati e ce ne volevano altri, che la ditta non forniva. Ridotti in quel modo non mi facevano avere la necessaria presa sulle lenti e, dopo che me ne erano scivolate alcune, che ho dovuto ripagare io, non li ho più usati”.

 Intanto stava sfornando un dolce alle mele, me lo cucinava sempre la domenica, così avrei avuto la colazione per tutta la settimana. Non avevo il coraggio di dirle che alla fine degli avidi bocconi, mentre schiacciavo tra i denti i pinoli e le mele, sentivo sempre aleggiare nell’aria quell’alito inconfondibile e nauseante, amaro e mortale di trielina, che inspiegabilmente aveva invaso anche casa nostra.

”Hai sempre gli occhi rossi, non puoi proteggerli?” chiedevo fissando dritta il suo sguardo stanco. Rifletteva mentre, con un sorriso spento rispondeva:

 “Sì, all’inizio usavo una mascherina di plastica, che si è rigata presto e, collaudando le lenti, devo essere certa che  su di esse non ci siano venature, così non l’ho più utilizzata”. Le sue risposte mi ferivano, perché erano logiche, ma terribili. Per poter assicurare il suo lavoro era costretta a non difendersi dalle insidie degli elementi che la circondavano, era come percorrere un cerchio dal quale non si usciva mai.

Intanto io vedevo lei, il mio unico bene, sfiorire mentre immolava la sua gioventù e la sua bellezza su quell’altare pagano che era la produzione, una catena di montaggio infinita che, se misurata in tutta la sua lunghezza, avrebbe steso un nastro cigolante dalla terra fino alla luna. Il lavoro che schiacciava, senza soddisfazione per chi lo compiva, inteso come unico mezzo per sopravvivere.

Era dolce quella donna, mentre cuciva nella notte tra il sabato e la domenica qualcosa per vestirci.

“Tu devi studiare, i soldi ci servono per acquistare i libri, non avrai la mia stessa vita!” mi diceva con un guizzo di orgoglio che le illuminava, distendendoli, i lineamenti contratti e inumidiva di emozione il suo sguardo “Tu avrai un uomo che ti rispetterà e ti sposerà, non come me che sono stata usata e lasciata sola!”

“Chi era mio padre, mamma?” ebbi il coraggio di chiedere una volta alla donna che era un tempo bellissima.

Tossendo, distoglieva lo sguardo dal cucito e sorrideva come persa in un sogno.

“Era bello, aveva i capelli rossi e gli occhi verdi come te e le lentiggini sparse su tutto il corpo, come quelle che hai sul nasino”. Era ancora innamorata la mia mamma, si vedeva da come parlava di quell’uomo di cui non mi voleva dire altro. Era alto, magro, buono, dove avrei potuto vederlo, almeno per una volta? Queste erano le domande che lei, con uno sguardo fermo e fiero, mi imponeva di non farle.

C’era una volta una donna bellissima, dagli occhi enormi che a guardarli si entrava nella sua anima. Un giorno in quegli occhi entrò qualcosa che non avrebbe mai dovuto raggiungerli, una raffica implacabile di frammenti di vetro sparati dal sistema automatico impazzito. Seduta accanto a lei nella corsia d’ospedale, mentre le tenevo la mano sentivo che piangeva e la sua disperazione non era solo per ciò che le era capitato, ma per il sogno che doveva abbandonare e che mi riguardava. Era come se nella realtà che le si prospettava, nella quale forse non avrebbe più potuto vedere, l’unica cosa che le doleva non poter osservare erano le immagini che riguardavano il mio futuro, così come l’aveva sognato lei. Tossiva e piangeva e la mia mano stretta alla sua non faceva altro che peggiorare la sua tristezza.

Non vivrà a lungo la mia donna bellissima, me lo ha detto oggi il dottore. Quella tosse è dovuta ai danni riportati dai suoi polmoni, esposti per troppo tempo agli acidi e alla polvere di vetro.

“Non c’erano i filtri nella fabbrica dove lavorava sua madre?”

“No, funzionavano dei ventilatori, così mi ha sempre detto, ma la polvere di vetro ricopriva tutti i tavoli, anche quello dove mangiava insieme agli altri operai, vicino alla catena di montaggio!”

“Purtroppo i ventilatori non sono stati sufficienti, mi dispiace!”.

C’era una volta una ragazza carina, con i capelli rossi, gli occhi verdi e le efelidi sul naso, che aveva creduto un tempo agli gnomi e alle fate. Un giorno prima dell’alba, mentre fuori tuonava, chiuse i suoi libri in un cassetto, dove di solito si ripongono i sogni. Lentamente indossò un grembiule grigio, nascose nella cuffia bianca i suoi riccioli ramati, gettò uno sguardo al letto caldo che, sfatto, l’avrebbe attesa fino a tarda notte, aprì la porta e uscì sotto la pioggia.

                                                                                                                       Daniela Alibrandi

 

     Il racconto, pubblicato su una rivista della RAI e da vari settimanali, tra cui’Ortica del Venerdì, fa parte della raccolta “I doni della mente”

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“I Suoi Passi Leggeri”, per non dimenticare


             I SUOI PASSI LEGGERI

di Daniela Alibrandi

                 Racconto Finalista al Concorso Letterario Nazionale “La Memoria”

Non mi è mai piaciuto mio nonno, dico sul serio. Anzi per la verità non sono mai riuscito a soffrire la sua presenza dentro casa nostra. La nota stonata che trasformava la melodia della nostra vita familiare in una nenia tediosa che non si aveva voglia di ascoltare. Eppure non c’era nulla da fare, nonostante avessi più volte manifestato la mia insofferenza a quella presenza pesante e deprimente, tutta la mia famiglia si univa compatta dalla sua parte, lasciandomi solo. Mi chiedevo perché mai i miei genitori nutrissero devozione verso quel rottame umano che minava la nostra serenità. Mio padre era aperto a ogni dialogo con me e mio fratello più piccolo e la comprensione che mia madre aveva nei nostri confronti era infinita. Sì, ma non per ciò che riguardava l’argomento nonno. Così io capii ben presto che era inutile insistere. Avrei dovuto sopportare quell’uomo con i suoi occhi affossati e cerchiati di nero e quel viso deformato da una paresi che gli torceva la bocca, dai lati della quale colava sempre un po’di saliva, e la cui smorfia lasciava intravedere i resti ingialliti della sua antica dentatura. Avrei ancora dovuto vedere i suoi capelli ricci, candidi e radi, che stanchi ricadevano sulla sua fronte segnata. Tutto di lui mi inquietava, odiavo il suo odore di vecchio, detestavo le sue mani macchiate e rugose al punto da non riuscire più a mangiare il pane se solo lo aveva toccato. E infine quel numero marchiato all’interno del suo polso 12956, con un inchiostro blu, ancora nitido tanto da contrastare con la sua pelle quasi trasparente, come un livido che non se ne sarebbe mai andato. Insomma io odiavo quel suo essere ebreo. Mi ricordavo di lui così da sempre, vecchio e impaurito, irrimediabilmente ferito dal destino che gli aveva tolto tutto, ma con un guizzo nello sguardo intriso di antico orgoglio, pervaso dalla strana consapevolezza di appartenere a tradizioni e storie impossibili da soffocare, nonostante tutto. Il suo inspiegabile orgoglio di essere ebreo.

I miei ricordi di bimbo mi riportavano a quando lui mangiava ancora con noi e, durante la cena che precedeva lo Yom Kippur, era a lui che veniva affidato il compito di tagliare il pane e la carne. Lo studio della Torah e la solennità di quei festeggiamenti non facevano per me, così come tutto ciò che in quella cornice veniva perpetrato. Nonostante tutti considerassero la nostra somiglianza, tanto nei lineamenti quanto nel modo di fare, un grande dono ricevuto da Dio, io crescendo maturai l’assoluta convinzione di essere completamente diverso da lui. Mi resi conto di non sentirmi un ebreo. Immancabilmente, alla fine delle feste, delle giornate passate in sinagoga io mi sentivo un estraneo. Questo stato d’animo non era giustificato né compreso dai familiari, parenti e amici, che all’inizio cercarono in tutti i modi di risvegliare in me l’orgoglio delle origini. Volevano indurmi alla rassegnazione di essere nato ebreo, senza riuscirvi. Gli anni passavano e il rancore verso la mia condizione cresceva, allontanandomi da tutti.

Arrivò poi il tempo nel quale mio nonno abbandonò l’abitudine di mangiare insieme a noi e scivolò in un oblio senza fine. Nella sua mente tutti coloro che frequentavano la nostra casa erano delle spie pronte a denunciarlo ai nazisti. Io capii che era giusto così, che si isolasse a mangiare da solo in camera sua, in una volontaria prigionia, uscendo da lì solo di notte, per compiere innumerevoli volte lo stesso percorso nel corridoio, dalla sua camera alla cucina, poi al bagno e indietro alla sua camera. Era giusto che si fosse finalmente tolto dalla mia vista. I suoi passi si trascinavano nel corridoio, di notte, cadenzati come se i piedi fossero stati legati da una pesante catena, e rimbombavano nella mia mente, finendo poi per cullare i miei sogni.

Per molti anni quello fu l’unico contatto che restò tra noi due. Finché arrivò il giorno in cui invitai gli amici a fare i compiti a casa e lui riuscì a metterli in fuga, uscendo dall’esilio della sua stanza con coraggio inaspettato. Gridava che erano tutti spie e che ci avrebbero denunciati. Mi sono vergognato terribilmente nel vedere i miei amici andar via di corsa, spaventati da quel pazzo piombato nella nostra allegria con il suo delirio persecutorio. Avrei voluto piangere e gridargli finalmente di uscire dal mio mondo, ma il patriarca non si poteva toccare.

“Bisogna avere pazienza!” mi ripeteva mia madre “Tuo nonno ha sofferto tanto e lo ha fatto anche per noi. Tutti loro, in quei campi di sterminio, si sono immolati per noi”.

Non rispondevo, non osavo dirle che non provavo alcuna riconoscenza per un sacrificio collettivo che sicuramente non era stato fatto per me. Anzi, con il passare del tempo, sentivo che ogni goccia del mio sangue smentiva la mia appartenenza alla razza ebrea. Il mio Dna parlava di storie completamente diverse da quella che voleva raccontare sempre lui, con i suoi occhi persi nel vuoto, quella smorfia indelebile e quel maledetto numero 12956, che si leggeva chiaramente mentre agitava per aria il braccio, nell’intento di cacciare le spie immaginarie. Che razza di uomo poteva essere mai stato uno che, come lui, aveva permesso che gli portassero via la moglie e il figlio, senza far nulla, un uomo che si era fatto marchiare a fuoco come fosse la pecora di un gregge? Che razza di uomo era mio nonno per non essere riuscito a fermarli? E cosa voleva ora da me con le sue grida biascicate all’indirizzo dei miei amici, della mia vita che nulla avrebbe avuto in comune con la sua? Mi specchiavo e riconoscevo nei miei lineamenti e nei miei muscoli la forza, l’onnipotenza che solo i giovani riescono a provare.

Io sì che avrei saputo come fare. Mi ostinavo a non credere a quel che veniva raccontato del passato, detto sul presente e immaginato nel futuro, descritto con la rassegnazione di chi sa che nel proprio destino ci saranno inevitabilmente nuove persecuzioni, altri stermini. Niente di tutto ciò sarebbe mai accaduto a me. Mi rifiutai di frequentare ragazze ebree, come cercavano di indurmi a fare i miei, e provai a inserirmi in ambienti diversi. Non avrei mai formato una famiglia che potesse essere oggetto di persecuzione, non avrei mai creato i presupposti per essere marchiato a fuoco. Tagliai a zero i miei capelli ricci, disertai la sinagoga, evitai di indossare la Kippà. Cercai perfino di nascondere il mio naso camuso spingendo sin sulla punta le pesanti lenti Ray-Ban, che lo mascheravano con la loro ombra. Finché mi sembrò di non avere più alcuna caratteristica riconducibile agli ebrei. La mia vita l’avevo già pianificata contro ogni aspettativa dei miei parenti. Mi sarei trasferito negli Stati Uniti, in qualsiasi luogo dove un ebreo è solamente un essere umano, mi sarei laureato in legge e avrei sposato una ragazza americana, affogando nell’incontro con altri Dna le mie origini e il destino nefasto della mia gente. E mi piaceva fantasticare sul mio futuro affacciato alle finestre della mia stanza, in questo grande appartamento non lontano dal ghetto, la cui veduta spazia sul lento corso del Tevere e da cui è sempre visibile il tetto della sinagoga, illuminato dal sole o bagnato dalla pioggia, sempre muta testimonianza a ricordarmi che io sono un ebreo

Sono passati gli anni e ho messo in atto tutti i miei progetti. Ho preso contatti con l’università di Boston e a settembre inizierò il corso di studi che desideravo seguire. In tasca ho il biglietto del volo Pan Am, che mi porterà via da qui dopodomani. La novità è che l’altro ieri mio nonno è morto, vecchissimo, nel sonno. Ce ne siamo accorti perché nessuno di noi aveva udito, come ogni notte, i suoi passi terrorizzati andare su e giù per il corridoio. Non ho provato nulla se non la beffa che ci avesse lasciati proprio quando anch’io avevo finalmente deciso di andarmene. Mio padre ha voluto che venisse deposto nella bara in modo che fosse visibile, sul suo polso ormai scheletrico, il numero 12956, quasi un ammonimento gridato alle tenebre dell’aldilà. Non ho voluto neanche salutarlo per l’ultima volta mio nonno. Ho solo sostato nel corridoio ormai solcato dai suoi passi, in attesa che chiudessero la bara e lo portassero via. L’eco dei singhiozzi degli altri si è perso nella mia mente cinica. Al ritorno dal funerale, forse proprio per il distacco che ho sempre dimostrato nei suoi confronti, mi è stato affidato il compito di mettere ordine tra le cose che ha lasciato, per impacchettare tutto ciò che potrà essere gettato via.

Nella sua camera si percepisce ancora il suo odore, che trovo invariabilmente insopportabile. Sul letto c’è solo il materasso, le lenzuola sono state tolte. Questo silenzio non mi fa alcun effetto. Voglio fare in fretta, farò il pacco delle cose da eliminare e poi andrò a chiudere le mie valige. Stamattina, durante il funerale, è piovuto forte. Un temporale estivo che ha lasciato il posto all’afa. Dalle finestre si vede, ancora meglio che da quelle della mia stanza, il tetto della sinagoga che riflette da un lato il sole e dall’altro le poche nuvole grigie che si allontanano dalla città. Quello strano tetto mi sembra un enigmatico specchio che riflette solo ciò che si vuol vedere. Lascio la finestra aperta e inizio a rovistare nell’armadio, notando che la roba da selezionare è veramente poca. Qualche vestito, alcune maglie di lana, varie Kippà, un candelabro poggiato alla parete interna dell’armadio. Secondo i racconti di mio padre, prima della guerra la loro era stata una famiglia ricca e la professione di orafo, che mio nonno aveva ereditato dal padre, rendeva bene. Quando i nazisti chiesero l’oro agli ebrei romani in cambio della loro libertà, mio nonno convinse un gran numero di persone a donarlo e lui stesso si spogliò della quasi totalità dei suoi averi. Era convinto che sarebbe stato in grado di ricominciare quando l’assurdità della guerra fosse terminata. L’importante era che lasciassero in pace lui e la sua famiglia, cioè sua moglie Ester e suo figlio Davide di sette anni, mio padre. Ma poi, come sappiamo tutti, non fu così e in una notte d’autunno, nell’ottobre del ’43, caddero nella retata dei nazisti come gran parte degli ebrei romani, per essere poi deportati ad Auschwitz, da cui mia nonna Ester non tornò più. Per lo strano concatenarsi di eventi che a volte separa la vita dalla morte, mio padre fu affidato a una loro vicina che, eludendo la sorveglianza dei nazisti, lo portò in salvo insieme ad altri due bambini, nel vicino convento di San Bartolomeo. Solo dopo molto tempo dalla fine della guerra mio nonno riuscì a riabbracciare suo figlio e, da quel momento, non lo lasciò mai più, neanche dopo il suo matrimonio con mia madre. Neppure di fronte a questi ricordi riesco a impietosirmi. Io, ne sono certo, avrei fatto ben altro, avrei usato diversamente i miei soldi, magari pagando la fuga molto prima, né sarei caduto nel tranello delle iene naziste. Mi riparo gli occhi dalla luce infuocata del tramonto che, riflessa dal tetto della sinagoga, si riversa in questa stanza.

Accidenti è quasi sera, debbo sbrigarmi! Nel fondo dell’armadio vedo piegati un paio di pantaloni, al cui tatto si riconosce la fatturazione di ottima lana, anche se sono orribilmente logori. Li spiego per vederli meglio e dall’interno cade un foglio di carta. E’ una pagina di quaderno a righe, ingiallito, anche se restano intatte le righe azzurre orizzontali e quelle rosse del margine verticale. Sembra un foglio da prima elementare, ma la calligrafia è di una persona adulta. Mi siedo sul bordo del letto e cerco di decifrare ciò che vi è scritto, poiché in alcuni punti l’inchiostro sembra essersi bagnato:

 “Caro amore, ti scrivo ciò che non riesco a dirti guardandoti negli occhi. Sono incinta di otto settimane. So che all’inizio avrai paura per questa notizia, l’ho avuta anch’io. Ma dopo la prima impressione, cerca di esserne felice come lo sono io. Vedrai, la guerra passerà, tutto ciò finirà e noi avremo la gioia di una famiglia completa. Sono sicura che sarà una bambina e la sua vita già cresce con forza dentro di me, lasciandomi stupita. Stavolta sarò più brava, non piangerò come mi succedeva quando aspettavo Davide, Sai, quella tristezza viene solo alla prima gravidanza. Caro amore, vedrai che noi ce la faremo! Ti amo tanto Ester”.

Sono seduto sul letto eppure mi sembra di scivolare giù da una montagna. Guardo la data, ma è illeggibile. Si vede bene solo l’anno, il 1943. All’improvviso sento vacillare tutto il mio mondo e le mie difese. Un martello inizia a battere nella mia mente e a ogni colpo mi sembra di vedere quel numero 12956, 12956 conficcarsi nei miei pensieri, squarciando i miei giudizi, le mie convinzioni. Le ultime luci del tramonto carezzano il mio volto e vedo delle gocce umide cadere sul foglio. Non è possibile, sono le mie lacrime. Insomma, cosa mi sta accadendo? Separo il foglio di carta dalle cose che dovranno essere gettate e preso da un’incomprensibile smania frugo ancora in quel lacero pantalone. Dalla tasca esce un pezzo di carta, sembra carta da pacchi, stropicciata e sbiadita. Riconosco la stessa calligrafia:

Caro amore, spero che ti verrà recapitato questo mio scritto da Ines, che può raggiungere la tua baracca. Io vado avanti e cerco solamente di pensare che Davide è salvo e lontano da qui. Non ti preoccupare per me, abbi solamente cura di te. Stanotte ho sentito muovere la bambina per la prima volta! Ti amo tanto Ester”.

Sento di avere tra le dita un inestimabile tesoro, ho addirittura paura ad adagiarlo sul materasso. Lo infilo delicatamente nella tasca dei pantaloni, da cui scivola in terra il mio biglietto aereo. E’ l’ultimo messaggio intriso d’amore scritto da una piccola donna indifesa, che avrebbe fatto la “doccia  mortale” di lì a pochi giorni. Mi sembra di vederla muovere i suoi passi leggeri, col ventre appena rigonfio e i pensieri concentrati sui movimenti della creatura che porta in grembo, mentre ignara si avvia verso la camera a gas. Mi sembra di sentirli nel corridoio di casa quei passi leggeri, confondersi con quelli terrorizzati dell’uomo che lei amava così tanto. Mi sdraio, immobile, fissando il soffitto. Ormai è sera e su di esso le cime degli alberi, mosse dalla brezza notturna, compongono delle strane ombre, che mi raccontano un’altra storia e mi mostrano ciò che non ho mai voluto vedere. La gioia e l’amore, la follia e la crudeltà, l’orgoglio, il coraggio e la disperazione. Luci e ombre, vita e morte. Di fuori è notte, me lo dice il bacio della luna riflessa dal tetto della sinagoga. L’odore di mio nonno è svanito nella pura aria notturna ma vorrei tanto, per la prima volta, risentirlo. Scendono ancora silenziose le mie lacrime e io mi chiedo perché non ho mai voluto leggere ciò che mostravano i suoi occhi spenti. Mi sembra che siano passati degli anni invece che poche ore in questa stanza. Sento di essere diverso, finalmente libero dal peso che non mi faceva entrare aria nei polmoni. Respiro profondamente la sensazione che mi pervade e mi scalda. Ora ogni goccia del mio sangue, ogni allele del mio Dna gridano una sola frase, che sento salire con violenza alle labbra. Mi alzo dal letto e vado verso la finestra, per gridare forte le parole che prorompono come lava eruttata da un vulcano. Lo urlo alla luna riflessa dalle acque del Tevere, alla silenziosa sinagoga, agli uccelli notturni che solo ora non temo più. E’ con rabbia impietosa, ma anche con struggente e antico amore che grido:

“ Io resterò!

                                                                ***

Il racconto è stato pubblicato su riviste settimanali, tra cui L’Ortica con la copertina riportata in alto.

Anche La RAI ha dedicato una pubblicaziione a “I suoi passi leggeri”, che fa parte dell’antologia “I doni della mente”, tradotta nell’edizione inglese “The echoes of the soul”.

L’antologia è disponibile al seguente link in ebook e cartaceo:

 

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ANTOLOGIA DI RACCONTI - I Doni della Mente, LE NEWS

“I DONI DELLA MENTE”, adesso è un’antologia cartacea, un libro da sfogliare!


Amici miei, come avevo preannunciato tempo fa, continua la pubblicazione dei miei lavori, quelli che erano disponibili solo in versione ebook, in libri da poter sfogliare e custodire in libreria. Stavolta è il turno dell’Antologia “I doni della mente”, che racchiude i miei racconti brevi con i quali ho avuto l’onore di vincere importanti premi letterari nazionali e altri che sono inediti, insieme a fiabe, poesie e pensieri. E’ una pubblicazione elegante, fornita di ISBN, facilmente ordinabile, disponibile immediatamente e, cosa che non guasta, a un prezzo contenuto. Si può ordinare e riceverla direttamente a casa, oppure scegliere il punto di ritiro per voi più comodo (tra cui anche i numerosi Giunti al Punto).

                         

Di seguito troverete il link ad Amazon Italia, dove ho il piacere di annunciare che il libro è già tra i primi cento Best Seller. L’anteprima invece è presa dal link di Amazon.com. Il libro è ordinable nei negozi Amazon di tutto il mondo. Vi auguro come sempre una buona lettura!

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ANTOLOGIA DI RACCONTI - I Doni della Mente

I DONI DELLA MENTE


 

Da oggi l’antologia “I Doni della Mente” è disponibile al seguente link http://www.amazon.it/DONI-DELLA-MENTE-Racconti-Pensieri-ebook/dp/B019CRTCRI/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1450161098&sr=1-2&keywords=I+Doni+della+mente

Si tratta di una raccolta di racconti brevi, poesie e pensieri, fiabe per bimbi di oggi, trame fantascientifiche e storie vissute da donne e da uomini che si muovono in un mondo che è in crisi, ma che riesce  ancora a vivere di sentimento. La lettura è scorrevole e animata da alcune bellissime immagini e molti dei racconti presenti nella pubblicazione hanno vinto premi letterari nazionali. A completare la raccolta alcune poesie e semplici pensieri.

Questa pubblicazione è stata tradotta nell’edizione inglese di “Echoes Of The Soul”.

Il dipinto in copertina, dal titolo “Dono”, è della pittrice Marilena De Valentin.

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