Le Recensioni, Nessun segno sulla neve, recensioni

Tutte le recensioni al libro “Nessun Segno sulla Neve”


Di seguito le moltissime recensioni che il libro ha ricevuto, sia nella sua prima edizione di Laboratorio Gutenberg, che lo ha inserito nella collana editoriale “Oltre la città”, che in quella di Universo Editoriale, che lo ha inserito a sua volta nella collana editoriale”Crimini Innocenti” . Il libro è in catalogo presso l’Italian & European Bookshop di Londra

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Domenico di Basilio per Leggere a Colori:

http://www.leggereacolori.com/leggere-a-colori/letti-e-recensiti/recensione-di-nessun-segno-di-daniela-alibrandi/

Un pezzo di passato che si credeva dimenticato torna per sconvolgere la vita. Un efferato omicidio senza risoluzione che terrà il lettore in sospeso.

Ci sono due correnti di pensiero per quel che riguarda quel periodo storico che tutti noi conosciamo come il ’68. Chi c’era lo ricorda come un periodo dalle mille contraddizioni. Rinnovamento, rivoluzione sociale, emancipazione e tutte quelle novità intellettuali che poi diventeranno la norma, più o meno, negli anni a venire. Chi non c’era li rivive nelle storie, nei racconti che per quanto oggettivi sono sempre di parte negli occhi di chi li ha vissuti. E proprio da questa contrapposizione che inizia Nessun Segno sulla neve di Daniela Alibrandi e ci catapulta subito in questa visione. Un padre che ritrova una vecchia fiamma mai dimenticata su facebook galeotto anche questa volta come non mai. Un padre che si ritrova a vivere in un’epoca dove si sente un po’ estraneo e solo con l’aiuto della figlia riesce a districarsi..ma non e’ soltanto questo.

E’ un episodio ancora irrisolto successo proprio negli anni di piombo, dove i ragazzi oltre ad essere considerati ‘rivoluzionari’ si divertivano, si amavano e cercavano di cambiare le cose. Proprio da quell’episodio rimasto sopito da allora il nostro protagonista rivive con nostalgia il passato e tutto quello che ne consegue insieme al suo vecchio amore riscoperta donna e che rientra prepotentemente nella sua vita. Il ritmo in alcuni momenti cambia così repentinamente da lasciare senza fiato..calmo, riflessivo per poi diventare incalzante. Perché si c’è uno spaccato di vita vissuta come trama principale che tira le fila della narrazione, ma mai troppo nascosto c’è questo alone di thriller che rende la scrittura e fortunatamente per noi, la lettura davvero appassionante il tutto condito da colonna sonora perfetta per quel periodo.

La cosa che colpisce e che apprezzo sempre in qualsiasi scritto, e’ la capacita di immergere e di far immaginare uno sfondo, un paesaggio e uno momento narrato come se fosse la scena di un film. Lo dico con tutta la stima possibile, ma credo che Nessun Segno sulla neve di Daniela Alibrandi possa benissimo essere messo in atto come un giallo all’italiana, un giallo intrigante che ha tutti gli elementi per tenere incollati allo schermo gli spettatori, dopo aver fatto lo stesso con i lettori.

Mi sento davvero di consigliarlo perché di libri buoni ce ne sono molti per fortuna, ma di libri buoni che si ricordano e’ più difficile trovarne..e questo non si dimenticherà facilmente.

Domenico Di Basilio 

Per Il Trovalibri: Il thriller della futura Patricia Cornwell

http://iltrovalibri.it/2012/11/23/daniela-alibrandi-il-thriller-della-futura-patricia-cornwell-2/

Nessun Segno sulla Neve

Un avvenimento di tanti anni fa, che risale al 1968 ed ai tempi del liceo, una storia che sembra ormai dimenticata e sepolta. Un orribile omicidio, al quale non è mai stato dato un colpevole. Ma per un brillante e stimato medico oncologo di mezza età, tutto ritorna all’improvviso drammaticamente attuale. In un caldo e pigro pomeriggio settembrino, infatti, divertendosi a navigare in internet insieme al figlio, entra nel sito di Facebook e si imbatte nel profilo della ragazza che amava disperatamente in quegli anni, dalla quale purtroppo non era mai stato ricambiato. Da qui parte un viaggio interiore fatto di profonda nostalgia, ricordi e passioni , che porterà il suo destino ad intrecciarsi in modo imprevedibile con quello della ragazza, divenuta ormai una donna matura. Il racconto offre un appassionante, fedele e nostalgico spaccato della vita italiana durante i grandi avvenimenti e mutamenti sociali e politici, che segnarono in modo indelebile un’intera generazione, quella del ’68. I contenuti del racconto sapranno quindi parlare delle profonde passioni e dei disperati amori a chi li ha vissuti all’epoca e a chi ne è tuttora alla ricerca. Ad arricchire il racconto una trama gialla che, partendo da un episodio criminoso avvenuto allora, conduce ad oggi, per terminare con un finale mozzafiato.

Andrea Benei per Booky Booky:

Alcune storie meritano di essere raccontate. Alcune di queste perché ritraggono alcuni profili di uomini e di donne le cui azioni ben rappresentano il mondo dentro al quale ci muoviamo tutti, e da cosa questo mondo ha ereditato i suoi tratti somatici. È indubbio, per l’Occidente, che uno di questi mondi sia stato il decennio dei ’60.

Scendere in quegli anni, oggi, è possibile per lo più attraverso i documenti e le opere che quegli anni hanno generato, e che abbiamo ereditato, conosciuto, e sui quali si basa oggi un vivace revival dell’energia vitale che i Sessanta possedevano ed esprimevano senza difficoltà. Il nostro approccio alla preparazione culturale, alla società civile, e la moda, e addirittura uno tra i più seguiti serial televisivi sono adesso frutto di elaborazioni sgorgate in quel tempo lontano ormai mezzo secolo.

La storia di Daniela Alibrandi, esordiente, regala un’esperienza più viva di tutte queste. Nessun segno sulla neve è una discesa nella vita quotidiana di quegli anni, attraverso una prima persona sorprendente per un’autrice: un uomo.

Un uomo del nostro tempo, degli anni duemila, che avvicinandosi ad un altro burrone, i social network, compie quasi inconsapevolmente un’operazione affettiva ovvia: cercare i protagonisti del suo passato, quello emotivo, quello dell’adolescenza. E spalancando così nuovi contatti recisi dal tempo, quest’uomo riscopre, e con lui noi, il bel ’68.

Facce, persone, personaggi, avventure, sensazioni fisiche e tumulti del pensiero e del cuore risorgono come appena vissuti, e il medium del suo ricordo offre al lettore l’impressione sublime di percorrerli come potessero essere i propri.

Roma. L’eterna, silenziosa, la testimone perfetta dei moti dell’umanità, quelli grandi e quelli non visti, sfuggiti. Il ruggito del ’68 qui non è una registrazione in bianco e nero, o una ricordanza documentale, è una visita di persona in una quotidianità sconvolta dalla passione di quel periodo, chiusa nelle aule di una scuola, nelle pareti di una casa di quartiere, strillata per vie dove il rosso e il nero si spezzavano all’uscita dai licei, per fronteggiarsi e per risolversi nella società italiana di oggi.

Partecipare alla politica del corteo e soffrire l’invadente presenza di genitori per la prima volta non temuti, non presi più ad esempio, semplicemente svelati in tutta la loro antichità di costumi, di costrutti, di valori. Organizzare scherzi e baruffe, conoscere ambulanti e professori, innamorarsi e lottare fisicamente per un futuro che sia, dopo le brutture dei padri in guerra, finalmente a misura d’uomo.

Molte ragazze oggi prendono ad esempio l’aggressivo femminismo delle sessantottine, ed ormai quest’immagine stantia è diventata anacronistica, pop, conosciuta per capi sommi e imprecisi. Daniela Alibrandi, come se non ci sorprendesse già con l’inquietante precisione con cui si è calata nei panni di un uomo, propone una protagonista femminile magica, slacciata da ogni cliché abusato del ’68. Milena, di una bellezza virale, dagli occhi non azzurri, non verdi: trasparenti. Associazione mentale: cosa contenga il vuoto, è una delle domande che portò Yves Klein a lanciarsi da un palazzo. E in quello sguardo limpido come un volo verso il basso troveremo uno dei più realistici esempi della sofferenza e del costo che l’emancipazione di sé può chiedere a una donna.

Milena è una chiave prodigiosa per capire quel periodo, per riflettere se quel periodo si sia effettivamente risolto come si auguravano i ragazzi che corrono e vivono tra le righe di Nessun segno sulla neve.

Questa bella prima prova svapora in un fumo di thriller, alcune pagine di diario fin dall’inizio fanno sbandare il lettore verso un climax drammatico che si svela piano, ma a intervalli sempre più corti. Inizierete a leggere questo romanzo per vedere Roma nel ’68, o per respirare l’aria delle manifestazioni che hanno permesso i successi e i fallimenti della nostra società, oppure per scoprire cosa pensino gli uomini, e vi troverete stretti in una storia convulsa e romantica che, come il ’68 ci ha insegnato, non può esimersi dal sanguinare per trovare finalmente la propria soluzione.

La nuova edizione di “Nessun segno sulla neve” pubblicata nel 2015 da Universo Edizioni e inserita nella collana editoriale Crimini Innocenti

Massimiliano Baldacci per L’Opinione di Civitavecchia:

Cosa accadrebbe se, dopo aver creduto di calpestare la distesa bianca e vergine di neve che è la nostra vita, ci accorgessimo, voltandoci indietro, di non aver lasciato alcun segno sulla neve?” E’ con questo interrogativo che i partecipanti all’incontro di Giovedì scorso, lasciano la sala della Biblioteca Civica dove è stato appena presentato il libro dal titolo “Nessun segno sulla neve”, scritto da Daniela Alibrandi per le Edizioni Laboratorio Gutemberg, Alla presenza di un pubblico attento ed eterogeneo, la presentazione si apre con una introduzione al testo ed alla scrittrice da parte del critico e giornalista Fabio Sajeva, delle Gutemberg. Subito dopo la docente Velia Ceccarelli, oltre a presentare la vita artistica e personale dell’autrice con tono appassionato e coinvolgente, sottolinea come la narrazione della Alibrandi abbia la capacità di saltellare con naturalezza sui due grandi temi che emergono dallo sfondo dell’opera. Da un lato l’afflato romantico e rivoluzionario di una voglia di emancipazione dalla società borghese contro cui si scagliarono i ragazzi del 68 e dall’altra le misteriose dinamiche individuali che ci parlano di amore e gioia piuttosto che di dolore e sofferenza. Con una sgradita ospite che fa irruzione in modo prepotente e che non abbandonerà mai più la scena, la violenza, declinata nel privato piuttosto che nel collettivo. Sempre la Ceccarelli nel presentare le tematiche contenute nel testo che, ricordiamolo, per una “buona” parte della storia del romanzo si svolge proprio nel territorio di Santa Marinella, pone per prima – in un gioco di batti e ribatti con Sajeva, le prime domande all’autrice. Quest’ultima padroneggiando le scomode domande provocatoriamente poste dai complici co-presentatori, dopo aver bene sostanziato i temi posti alla sua attenzione sul clima vissuto negli anni del ’68, sulle lotte politiche tradite dalla politica, sul suo a-femminismo e poi ancora su legalità e famiglia, fa virare  l’attenzione al testo, in modo più approfondito. Lo spunto viene dato dalle “Voci” della biblioteca che, estrapolando alcuni brani dell’opera in modo particolarmente espressivo portano i partecipanti per qualche passo nelle trame del romanzo. Alla lettura, il romanzo scorre con ritmi decisamente coinvolgenti, probabilmente la scelta dell’io narrante inframmezzato da scorci tratti da ricordi e di appunti da diario, genera nel lettore una maggiore identificazione con il protagonista. Volendo evitare l’elegia di cortesia, possiamo segnalare all’autrice – nella speranza che voglia farne tesoro, il fatto che in alcuni tratti, avendo scelto per protagonista un uomo, a quest’ultimo sembra fargli toccare moti dell’anima e sfumature in alcuni momenti decisamente troppo femminili.  Sicuramente il tema affrontato è indiscutibilmente vasto e complesso, come si ricordava all’inizio, le vicende personali innestate nei sommovimenti di quegli anni posti in parallelo con le sconfitte valoriali di chi vive nell’attualità non è una chiave di facile soluzione. L’autrice però con spiccato senso tattico risolve il suo romanzo facendolo divenire un thriller dai toni noir, non banale e assolutamente sorprendente. Il gioco dei ruoli è particolarmente interessante e le figure che appaiono al principio passive risolvono il romanzo in modo decisamente inaspettato. Senza dubbio, la crisi che attanaglia l’attuale modello socio-politico, è figlia di quelle sconfitte morali e, che lo si voglia riconoscere o meno, ci stiamo nutrendo in un bel frullatone di disvalori consumistici, dei suoi peggiori frutti. Non è un caso infatti che le interessanti domande al termine della presentazione, portano il segno di una cocente delusione e senso di tradimento, proprio di quei valori di cui la rivoluzione sessantottina intendeva farsi portatrice. Oltre ai complimenti e all’apprezzamento nei confronti dell’opera, non erano pochi coloro che già avevano letto il romanzo, l’autrice ha felicemente risposto anche alle domande circa i contenuti politici e passionali della storia. Non sono infatti passate inosservate, ad alcune lettrici, alcune delle pagine piuttosto calde che in qualche misura graffiano le sensibilità più castigate. Come ricorda la quarta di copertina “Il racconto offre un fedele e nostalgico spaccato della vita italiana durante i grandi mutamenti sociali e politici che segnarono un’intera generazione, quella del ’68. Profonde passioni e disperati amori  per chi li ha vissuti all’epoca e per chi ne è ancora alla ricerca. Ad arricchire il racconto una trama gialla che partendo da quegli anni conduce ad oggi, per terminare con un finale mozzafiato”. Ci sembra un bel viatico tutto sommato, per una Autrice che di certo ci riserverà come annunciato al termine della presentazione e prima dei saluti di rito, un nuovo libro su un tema importante quanto delicato come quello centrato sul mondo della violenza sui minori.

Alessandro Colò per Kathodik

Facciamo una premessa, ciò che mi aveva attratto di questo libro era stata la quarta di copertina che riportava le testuali parole: “Il racconto offre un appassionante, fedele e nostalgico spaccato della vita italiana durante i grandi avvenimenti e mutamenti sociali e politici che segnarono in modo indelebile un’intera generazione, quella del ’68”, invece probabilmente è proprio questo il limite più grande del racconto… Ma andiamo per gradi.
Il romanzo prende il via dalla descrizione della quotidianità di un affermato oncologo romano che casualmente, e grazie al figlio “smanettone”, entra in contatto tramite Facebook con il proprio passato e con un amore a tratti morboso mai realmente sopito nel tempo. Da qui partono una serie di flashback che ci catapultano alla fine degli anni sessanta, periodo in cui il futuro medico frequentava i primi anni del liceo e veniva chiamato Dustin, per la somiglianza con l’attore americano a quel tempo sulla cresta dell’onda (e già qui si sente quel sapore un po’ forzato della ricostruzione del tempo che fu). L’amicizia al tempo faceva gioiosamente convivere il nostro Dustin tendenzialmente di sinistra (non per scelta ma per essere vicino alla ragazza dei suoi sogni, Milena, che naturalmente gli preferiva il bel capopopolo organizzatore delle manifestazioni) e Nuccio, suo compagno di banco e di scorribande, benestante proto-estremista di destra.
La serenità del presente del professore, fatto da una stabile amante e da una quieta moglie oltre che da una famiglia affettuosa, viene quindi irrimediabilmente turbata dal passato e dal desiderio di chiudere il cerchio affettivo che lo lega ancora alla bella Milena e ad alcuni fatti tragici e violenti su cui non è mai stata fatta chiarezza.
Questa in “soldoni” la trama, che come dicevo trova il suo freno maggiore nelle ambientazioni del passato, in cui viene presentato un ’68 a tratti stereotipato e a tratti malinconico dove non si respira l’aria fatta di grandi sogni, grandi speranze e grandi ideali ma anzi, in alcuni passaggi, sembra quasi che si voglia racchiudere il tutto negli episodi di violenza fini a se stessi.
Il meglio del romanzo invece ci viene dalla grande padronanza di scrittura dell’autrice Daniela Alibrandi che risulta, in alcuni passaggi descrittivi soprattutto di luoghi e paesaggi (le vicende si dipanano in una Roma inconsueta, disegnata con maestria e passione, una maestria e una passione che sembrano venire da chi certi posti li ha vissuti intensamente), scrittrice di valore potenzialmente enorme.
La trama gialla, a differenza delle vicende affettive, è decisamente ben costruita il che rende la lettura, maggiormente nella seconda parte del romanzo, godibile e ricca di pathos.
Quindi in conclusione un consiglio ai lettori, superate quelle parti che possono avere un sapore un po’ artefatto e quelle che rischiano di sfociare nell’harmonyzzazione del racconto perché superata la collina la strada è in discesa e vale la pena percorrerla. Vi garantisco che a bilanciare il tutto ci sono anche alcuni momenti pulp da non perdere.

Centro di Documentazione di Pistoia:

Le ubbie di un professionista romano, uno che ha fatto carriera, ha cambiato il proprio status sociale con un matrimonio socialmente azzeccato, ha una famiglia che, come tutte le famiglie, passa attraverso le varie crisi, classiche ma non devastanti nei rapporti tra generazioni diverse; tuttavia in mezzo ad altri banalissimi e presunti segreti di corna da professionista borghesuccio nasconde un segreto, anzi, un peccato segreto di gioventù. Dopo aver scoperto quale strumento potente sia la rete informatica con i social network, cade volontariamente in una ricerca di quel che è stato realmente quello che lui, il protagonista, ha sempre considerato il miglior periodo della sua vita. È un viaggio interiore, fatto di ricordi ma anche di ricerche pratiche per ritrovare un notiziario 219 amore giovanile, trasformato dalla nostalgia nell’amore-vero-e-puro-della-vita. Con un finale mozzafiato. Una lettura del periodo più difficile della seconda metà del Novecento per tutto il pianeta, il ’68 e dintorni, piuttosto banale per chiunque Io abbia vissuto in prima persona, a Roma come in qualsiasi città di provincia. L’autrice non sembra in realtà interessata a raccontare la Storia attraverso le storie, questo è un giallo ambientato nell’attualità con flash back nel passato di ieri letto come un periodo in cui si sentiva tanta buona musica, finalmente anche roba d’oltremare, e in cui scopriva sesso e libertà di marinare la scuola con uno sfondo fatto di violenza estrema, di scontri tra fascisti e compagni, ma che era lontana dalla vita della stragrande maggioranza degli studenti che, infatti, faranno le loro scelte e la loro vita indipendentemente dagli avvenimenti in cui sono immersi. Salvo poi misurarsi con la concretezza della quotidianità senza ideologia ma con tanta violenza a cui nessuna pratica degli anni ’70 può porre rimedio, e che ha un solo sbocco, evidente nell’ultimo capitolo del libro. Amaro anche nella realtà.

Aurora Logullo per La Bottega Editoriale:

Nessun segno sulla neve è un giallo sui generis. Un percorso che si apre con un salto indietro nel tempo, agli anni del liceo, per rivivere le stesse intense sensazioni di allora o sistemare qualcosa lasciato in sospeso. A volte poi basta poco perché ci si trovi sommersi dal flusso dei ricordi e dal desiderio di recuperare rapporti ritenuti fondamentali un tempo, ma lasciati andare. Nell’era dei social network, poi, in cui digitando un nome in uno spazio vuoto si possono ritrovare con facilità persone con cui non si hanno rapporti da tempo, è molto semplice fare un tuffo nel passato senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.
Francesco, il protagonista, si trova in un pomeriggio di settembre a cercare tra i volti di Facebook i suoi compagni di liceo: «il cuore mi sta battendo leggermente più forte, i nomi stanno uscendo da dietro l’armadio impolverati, ma pieni di fascino. Il liceo, l’esperienza più bella e più drammatica della mia vita. So di risvegliare in me avvenimenti che ormai dormivano in silenzio, ma non ne posso fare a meno». Davanti alla foto di Milena, il suo primo amore, inevitabilmente invecchiata, ma ancora bellissima, i ricordi irrompono prepotenti e Francesco, ora rispettabile oncologo sposato e con quattro figli, non può trattenere il desiderio di mettersi in contatto con lei e rivederla.                                                                          Il ’68: primi amori e contestazione politica
Da questo punto in poi il lettore segue Francesco lungo la strada dei ricordi: perché Milena potrebbe rifiutare di incontrarlo? Cosa cela di tanto drammatico il suo passato? Fin dall’inizio dunque incombe sulla storia un intenso alone di mistero, che l’autrice riesce abilmente a mantenere vivo nel corso di tutta la narrazione. Ci si trova così catapultati nelle aule di un liceo romano tra il ’68 e il ’69, anni di cui si rievocano anche film e musica, quasi lunga colonna sonora per tutto il romanzo. Francesco, e il lettore con lui, rivede Nuccio Resia, compagno di banco e di avventure estive, un ragazzo difficile, profondamente segnato dall’abbandono della madre. Rivede l’arrivo di Milena, trasferitasi da Imperia a Roma con la madre e il fratello, molto silenziosa, ma capace di attirare le attenzioni di tutti i maschi della classe. Nella caratterizzazione di Francesco e degli altri personaggi, l’autrice prende le distanze da qualsiasi stereotipo, mostrandone, con profonda capacità di immedesimazione e verosimiglianza, debolezze, paure e vigliaccheria.
Ovviamente non manca in quegli anni la contestazione politica: Nuccio si avvicina ai gruppi di estrema destra, Milena stringe una relazione con Roberto Menechini, leader dei gruppi di sinistra, che segue politicamente. Ciò che invece caratterizza Francesco è l’incapacità di scegliere, la voglia di lasciare che le cose vadano da sé senza che lui debba agire in qualche modo: un tratto della personalità che nella maturità diventa più acuto, perdendo però quella spontaneità adolescenziale e facendolo quindi apparire agli occhi del lettore ipocrita ed egocentrico.
Dapprima si avvicina alla sinistra per amore di Milena, ma la mancanza di coraggio in un corteo, conclusosi in modo violento, mette in crisi l’amicizia con la ragazza; in seguito, riconsidera le sue priorità e passa al fianco di Nuccio, senza particolare attivismo: «vedendo che il mio simpatizzare non andava oltre determinati atteggiamenti, i più estremisti di destra mi tacciarono di vigliaccheria e di infedeltà. Per cui per parecchio tempo dovetti guardarmi sia dai sinistroidi, che ormai mi avevano bollato come un giuda, che dai destroidi, che mi avevano bollato come un infedele».
Nonostante tutto, Francesco ha l’occasione di strappare un tenero bacio alla ragazza in un pomeriggio di studio. Rifiutato, il ragazzo racconta tutto a Nuccio, il quale metterà in atto una sadica vendetta ai danni di Milena nella palestra della scuola: «Non seppi mai quello che successe dopo, se Nuccio le usò violenza o no, io scappai senza voltarmi indietro, sapendo che avevo perso il sentimento più bello e più puro che un essere umano possa provare».
La fuga di Francesco dalla palestra sancisce la definitiva rottura con i due compagni di classe: il rifiuto di agire e di prendere una posizione anche in una situazione così drammatica e nei confronti di una persona a lui emotivamente legata costituisce un vero tradimento, che il protagonista nasconde nel tempo, ma per cui una banale ricerca su Facebook è in grado di sollevare un senso di rimorso. Leggero però: nonostante la gravità della cosa il protagonista continuerà a credere di essere ancora in tempo per scusarsi e recuperare il grande amore della sua vita, con risvolti inevitabilmente drammatici.                              Suspense e sovrapposizione di piani
Ecco dunque che dopo una rievocazione dolce e malinconica dell’adolescenza e degli anni ’60 il romanzo assume un ritmo molto più accelerato, trasformandosi in un vero e proprio giallo: cosa è successo nella palestra della scuola dove Francesco ha lasciato soli Milena e Nuccio, scappando via di corsa? Chi ha ucciso Roberto Menechini, l’ormai ex ragazzo di Milena?
L’autrice si dimostra infatti abilissima nel catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine attraverso un’elaborata combinazione di detto e non detto: seguire il flusso dei ricordi del protagonista non basta, Milena è l’unica che sa come sono andate veramente le cose.
Si tratta dunque di un romanzo dalla struttura ricercata e complessa, ma perfettamente ponderata, in cui diversi misteri si incastrano l’uno dentro l’altro con grande maestria: la stessa Milena, prima di trasferirsi a Roma, ha dovuto fare i conti con una dolorosa esperienza, solo implicitamente rievocata nelle pagine del suo diario che interrompono spesso il filo della narrazione principale. Quella precedente esperienza, apparentemente slegata dall’episodio della palestra, collaborerà a minare la sua fragilità e la sua stabilità, inducendola a compiere atti di violenza estrema. L’autrice non lascia dunque nulla al caso, ma ogni spunto è funzionale allo svolgimento della narrazione.
Proprio questo gioco di incastri conferisce al testo un ritmo vivace e ascendente, che non lo rende mai monotono. Anzi: quando sembra che tutto si sia risolto per il meglio e che effettivamente il dolore e il rimorso siano stati cancellati dal tempo, un finale del tutto inaspettato lascia il lettore senza parole, ma piacevolmente stupito dall’abilità narrativa dell’autrice.
L’eccezionalità del romanzo risiede dunque nella straordinaria capacità evocativa dell’autrice, nell’abilità di creare una trama originale e mai scontata e nell’uso perfettamente ponderato di vari strumenti retorici per mantenere alto il livello della suspense, ma non solo: lo stile chiaro e fluido, nonché il lessico semplice, permettono infatti al lettore di procedere senza interruzioni fino alla fine. Il prodotto finale della combinazione di tutti questi elementi è un romanzo avvincente e facilmente godibile dalla prima all’ultima pagina, una lettura tutta d’un fiato che non potrà deludere il lettore.

Simona Leo per Temperamente Libri:

Non si può parlare di un vero e proprio giallo, almeno secondo il mio modesto parere. Non ci sono investigatori e, inizialmente, neanche qualcosa su cui indagare. Buona parte del libro ci inserisce poco a poco nella vita di Francesco, un oncologo, marito di Giulia e padre di tre figli: Luigi, Michele e Amanda. Dopo che il protagonista scopre, attraverso uno dei figli maschi, il mondo virtuale di Facebook decide di recuperare i contatti con i suoi vecchi compagni di classe, o meglio con una compagna di classe, Milena. Da questo momento in poi iniziano una serie di flashback che ci portano indietro nel tempo, offrendoci un ottimo spaccato di quello che fu il ’68, un anno cruciale per la nostra storia, la quale positivamente o negativamente subì una svolta. A poco a poco recuperiamo ogni tassello dell’esistenza di Francesco, che in queste pagine si svolge tra vita presente, e quindi vita coniugale, tradimenti e lavoro, e vita passata, ricostruita attraverso i suoi ricordi: il liceo, le manifestazioni studentesche, le divisioni politiche, l’amore non ricambiato per Milena e il suo senso di colpa. Il tutto diventerà estremamente attuale e a ciò contribuirà il ritorno, nella sua vita, di quella ragazza, ora donna matura, che non ha mai smesso di amare. Solo nelle ultime pagine, infatti, si sviluppa un giallo, che ricollega il passato al presente e che si conclude con un finale crudo e inaspettato, e che, tuttavia, non prevede indagini o la presenza di un investigatore.

La storia procede lentamente nella prima parte, arricchendo di volta in volta l’immagine di Francesco, e, inciampando qua e là in refusi e piccole sviste, subisce un’accelerata sul finale, dove tutto si svela velocemente. È forse questa la parte più riuscita, dove ai sentimenti di repulsione verso un mondo maschile traditore e vigliacco si contrappone un ritmo incalzante animato da ansia e terrore, dovuti a una giustizia raggiunta ‘ingiustamente’ e in modo del tutto privato.

Livia Frigiotti per Anobi:

Libro particolare. Si tratta di un lungo racconto in prima persona. Un giallo segnato dalla storia vera e vissuta della contestazione studentesca del ’68. Era difficile essere studenti in quel periodo e soprattutto era difficile rimanere impassibili senza schierarsi di fronte agli eventi e al vento di cambiamento; cambiamento a volte troppo violento per essere sostenuto, riconosciuto, vissuto e portato dentro in quello che è stato il futuro di quegli studenti. Un liceo classico di Roma (strano tra le righe per me, riconoscere lo stesso liceo dei  miei studi tanti anni dopo), la feroce contestazione, i gruppi politicizzati (destra, sinistra) i comitati, gli assembramenti, le risse, gli omicidi politici. Ma in tutto questo i personaggi principali vivono ore difficili e concitate che segneranno per sempre le loro esistenze future. Ma il personaggio principale a suo modo subisce gli eventi, con i suoi sentimenti  subisce le forti personalità di chi lo circonda. Questo non gioca a suo favore e non lo farà crescere e maturare, piuttosto lo renderà sempre piuttosto disattento e ingenuo. Figli di famiglie troppo chiuse o già scardinate dalla vita, contestano il sistema e la famiglia stessa con quella educazione chiusa che non segue il vento di cambiamento. Ma l’interiore rabbia del ’68, in questo racconto,  creerà un mostro ben più grande che si paleserà con tutto il suo odio e la sua più estrema e premeditata ferocia. Tutta la storia è attraversata da un omicidio ma tra le righe si nascondono anche altri delitti più o meno aberranti e biechi.
C’è un finale del tutto a sorpresa dopo alcune pagine che danno una netta pausa che quasi non lo fa sembrare più un giallo. Il finale lo farà diventare un thriller spiegando il centro del racconto ma a mio modo di vedere, data la fantasia e la voglia di scrivere dell’Alibrandi, è un finale aperto che potrebbe anche voler avere un seguito e perché no, aprire a un nuovo filone investigativo. Lettura piacevole e accattivante proprio per le sue variazioni sul tema.

Alessandro Colò per Orthodik:

Facciamo una premessa, ciò che mi aveva attratto di questo libro era stata la quarta di copertina che riportava le testuali parole: “Il racconto offre un appassionante, fedele e nostalgico spaccato della vita italiana durante i grandi avvenimenti e mutamenti sociali e politici che segnarono in modo indelebile un’intera generazione, quella del ’68”, invece probabilmente è proprio questo il limite più grande del racconto… Ma andiamo per gradi.
Il romanzo prende il via dalla descrizione della quotidianità di un affermato oncologo romano che casualmente, e grazie al figlio “smanettone”, entra in contatto tramite Facebook con il proprio passato e con un amore a tratti morboso mai realmente sopito nel tempo. Da qui partono una serie di flashback che ci catapultano alla fine degli anni sessanta, periodo in cui il futuro medico frequentava i primi anni del liceo e veniva chiamato Dustin, per la somiglianza con l’attore americano a quel tempo sulla cresta dell’onda (e già qui si sente quel sapore un po’ forzato della ricostruzione del tempo che fu). L’amicizia al tempo faceva gioiosamente convivere il nostro Dustin tendenzialmente di sinistra (non per scelta ma per essere vicino alla ragazza dei suoi sogni, Milena, che naturalmente gli preferiva il bel capopopolo organizzatore delle manifestazioni) e Nuccio, suo compagno di banco e di scorribande, benestante proto-estremista di destra.
La serenità del presente del professore, fatto da una stabile amante e da una quieta moglie oltre che da una famiglia affettuosa, viene quindi irrimediabilmente turbata dal passato e dal desiderio di chiudere il cerchio affettivo che lo lega ancora alla bella Milena e ad alcuni fatti tragici e violenti su cui non è mai stata fatta chiarezza.
Questa in “soldoni” la trama, che come dicevo trova il suo freno maggiore nelle ambientazioni del passato, in cui viene presentato un ’68 a tratti stereotipato e a tratti malinconico dove non si respira l’aria fatta di grandi sogni, grandi speranze e grandi ideali ma anzi, in alcuni passaggi, sembra quasi che si voglia racchiudere il tutto negli episodi di violenza fini a se stessi.
Il meglio del romanzo invece ci viene dalla grande padronanza di scrittura dell’autrice Daniela Alibrandi che risulta, in alcuni passaggi descrittivi soprattutto di luoghi e paesaggi (le vicende si dipanano in una Roma inconsueta, disegnata con maestria e passione, una maestria e una passione che sembrano venire da chi certi posti li ha vissuti intensamente), scrittrice di valore potenzialmente enorme.
La trama gialla, a differenza delle vicende affettive, è decisamente ben costruita il che rende la lettura, maggiormente nella seconda parte del romanzo, godibile e ricca di pathos.
Quindi in conclusione un consiglio ai lettori, superate quelle parti che possono avere un sapore un po’ artefatto e quelle che rischiano di sfociare nell’harmonyzzazione del racconto perché superata la collina la strada è in discesa e vale la pena percorrerla. Vi garantisco che a bilanciare il tutto ci sono anche alcuni momenti pulp da non perdere.

La Giornalista Silvia Sciamplicotti:

Milena e Francesco ..o Francesco e Milena un grande amore dei banchi della scuola….si rincontrano in uno dei modi piu’ moderni dei nostri tempi un potente social network .facebook…e si ritroveranno con le loro gia’ arredate stanze  della vita con i mobli al proprio posto…con annessi e connessi di una solita routine quotidiana,,questo racconto ci porta per mano attraverso lo sguardo maschile di Francesco in un passato 68, in un amore che sembrava dimenticato …attraverso la scrittrice questo testo ne e’ trattato in modo che la sua scorrevolezza letteraria trascina chi si addentra in questa avventura a vivere o rivivere in prima persona attimi di grandi avvenimenti storici del paese e allo stesso tempo un contenuto ricco di sentimenti passioni e segnali di un’ epoca che ha scritto la nostra storia..ma attenzione non tutto quello che si legge al principio e’ come sembra ..infatti  la trama e i suoi personaggi si troveranno in un crescendo di emozioni quasi visive che sfoceranno in un finale assolutamente sorprendente e inaspettato.tutto passa attraverso le musiche che hanno segnato un’ epoca…simon e garfunkel..i beatles…ma anche battisti morandi…..chiunque abbia vissuto quel periodo non puo’ esimersi dal leggere questa meraviglia e chi invece non ne ha la consapevolezza trovera’ in questo thriller una descrizione piacevolissima ambientale e passionale. Chi di noi non ha avuto qualcosa che avrebbe voluto ritrovare dentro di se..aprendo magari uno sportello del cuore.

La Scrittrice Giulia Madonna:

Il romanzo”Nessun segno sulla neve” di Daniela Alibrandi narra  la vicenda di un oncologo di mezza età che, provenendo da una famiglia umile, ha fatto mille sforzi per arrivare al suo successo, e tra gli sforzi c’è stato anche il suo matrimonio sereno ma senza amore, riuscendo a barcamenarsi, tra mille bugie, lavoro, famiglia e i frequenti tradimenti, fatti ripetutamente per sentirsi ancora vivo. Improvvisamente, introdotto a  face book grazie al figlio per gioco,  vive un’intensa  crisi di mezza età per il ritorno nei suoi pensieri di una ragazza amata  tristemente da ragazzo. Il suo tormento lo porta ad isolarsi nel suo studio e rivivere i ricordi del passato in cui ha vissuto in prima persona le rivolte del ’68.

L’ autrice ricorre spesso all’uso del flashback che si alterna al racconto fatto tutto in prima persona, appunto dalla parte di Francesco, ed abilmente viene descritto il punto vi vista del protagonista che alterna le sue sensazioni del presente con le immense emozioni provocate dai ricordi del passato. L’autrice offre un piacevole spaccato degli anni della protesta giovanile e ci fa capire come i ragazzi allora vivessero intensamente quei giorni spinti da grandi ideali ma che poi tutto pian piano sfociò solo nella violenza sterile e pericolosa. Infatti la protesta ben presto  portò a scontri continui tra fazioni opposte e forze dell’ordine fino a sfociare nell’orrendo omicidio, che rimase impunito,  di uno dei ragazzi più attivi. L’ondata improvvisa e devastane dei ricordi scombussolano completamente il castello di fragili vetri che il protagonista ha imbastito  nella sua vita e comincia a non riuscire più a reggere il gioco. Cerca in tutti i modi di difendere la sua tranquillità ma i ricordi e gli antichi sogni prendono il sopravvento. Tutto va in tilt quando tramite face book riesce a  ricontattare la giovane amata. L’amore prende il sopravvento tra i due e a quel punto il protagonista, sentendosi finalmente vivo e realizzando il suo antico sogno, decide che metterà fine alla farsa del suo matrimonio. Ma un finale mozzafiato quanto improvviso e inaspettato scombussola totalmente tutte le  facili previsioni lasciando a bocca  aperta il lettore.

L’autrice ha saputo mettersi abilmente nei panni del protagonista e accompagnarci nei meandri del suo profondo tormento e nel suo continuo tentativo di essere fedele alla sua parte di buon marito, padre e professionista, senza però riuscire a reggere più un gioco stanco di fronte al profumo inebriante dell’amore. Lo stile è fluido e scorrevole, l’attenzione e il pathos non vengono mai meno lasciando il lettore avvinto alla narrazione fino in fondo. La scelta del finale improvviso e inaspettato lascia il lettore senza fiato e lo porta a riflettere se sia davvero il caso di mettere i propri valori a repentaglio solo per il gusto di sentire ancora i brividi lungo la schiena.

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