I Miei Racconti

La Terra di Nessuno


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Tutti la deridevano quella donna ben vestita, dalle labbra carnose dipinte di rosso, i capelli nero corvino e con ai piedi delle rumorose ciabatte. Arrivava la mattina presto, anche di domenica e i suoi pesanti passi echeggiavano nel quartiere, così come i canti che intonava una volta raggiunta la sua destinazione. Gli abitanti della zona detestavano ormai la sua figura grossa, i suoi occhi vividi e il modo prepotente che aveva di disturbare il loro riposo, anche nei giorni di festa. La donna portava con sé uno sgabello, sedendosi sul quale ogni tanto si riposava. Senza averne avuto il permesso o il compito lei aveva preso a coltivare la terra di nessuno, come la chiamavano i residenti, un lembo di suolo posto al crocevia delle strade del quartiere. Se la giornata era calda, lei tornava anche al tramonto e lasciava in un angolo di quel piccolo terreno i suoi arnesi da giardinaggio. Zappettava e irrigava con l’acqua che prendeva dalla fontanella, poi si sedeva sul seggiolino di legno ad ammirare come il suo lavoro stesse trasformando quella terra arida… e cantava forte. Non ci volle molto che venisse chiamata da tutti “la matta”.
In ogni villaggio c’è un pazzo, e in ogni comunità è quello che da fastidio…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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I Miei Racconti

Il Compagno Amaro


IL COMPAGNO AMARO (Vincitore del concorso letterario nazionale Il Volo di Pegaso, bandito dall’Istituto Superiore di Sanità e pubblicato nella raccolta relativa al concorso)

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Mi piaceva baciare mio marito, tanto. Sapevo che potevo sfiorare le sue labbra con le mie oppure baciarlo per ore, bere tutto l’amore di cui avevo bisogno. Amavo baciare anche i nostri figli e poi sorridere, ridere di cuore. Adoravo il mio lavoro, tradurre simultaneamente per ore i discorsi degli importanti funzionari della Comunità Europea per cui lavoravo. Sorridevo, parlavo, traducevo e, soprattutto, vivevo. Non potevo certo immaginare che quelli erano i miei ultimi sorrisi e i miei ultimi baci. Cominciò così, in una allegra e spensierata serata di settembre, mentre mi lavavo i denti. Una fitta, incredibilmente dolorosa, a cui non potevo essere preparata, che mi tolse il respiro e i battiti cardiaci per un lungo, interminabile intervallo. Partiva dai denti e prendeva la bocca, la guancia, squarciava il volto, per terminare nella profondità del cervello. Quando riaprii gli occhi, vidi la mia immagine trasfigurata nello specchio, con le labbra contratte in una smorfia di dolore, ma sembrava tutto finito. Terminai di sciacquare la bocca e pensai:”Accidenti, immagina se un dolore simile non se ne andasse mai, ci si potrebbe anche morire!”. Niente in quel momento mi fece capire che il mio destino era proprio quello: soffrire fino a morire. Allora riuscii a sorridere di me stessa e andai a dormire. Niente mi fece presagire di aver iniziato la via crucis che avrebbe segnato tutta la mia vita successiva. Se avessi guardato meglio nello specchio avrei visto l’ombra del compagno amaro che mi stava scivolando accanto, per non lasciarmi mai più: il dolore.
<<Qui ci vuole un bravo dentista!!>> pensai quando, la mattina dopo percorrendo l’Aurelia a velocità sostenuta, il dolore tornò a squarciarmi il volto, all’improvviso, senza dare alcun segno premonitore. Avevo rischiato di essere tamponata dall’auto che mi seguiva veloce e vicina quando, dovendo chiudere gli occhi e non capendo più nulla dalla violenza di tale sintomo, avevo sterzato all’improvviso, cercando di accostare al ciglio della strada, dopo una breve sbandata. Terrorizzata, frastornata ancora da ciò che avevo provato e dai clacson delle auto che mi redarguivano, mi guardai nello specchietto retrovisore. Due lacrime mi scendevano dagli occhi e il dolore non se ne stava andando via come la prima volta. Accidenti, continuavo a sentirlo, anche se più sordo, come un cane che mi stesse morsicando la guancia destra. Non dovetti attendere molto per risentirlo…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

https://www.amazon.it/DONI-DELLA-MENTE-Racconti-Pensieri-ebook/dp/B019CRTCRI/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1491772373&sr=1-1&keywords=i+doni+della+mente

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La Generazione Mancante


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Una giornata di sole come non se ne vedevano da tempo nella vallata. Finalmente un vero accenno alla primavera dopo i vani tentativi di un sole stanco. Era il sedicesimo quarto del 2089. Roberto si era alzato presto, la riunione sarebbe iniziata di prima mattina e lui avrebbe dovuto concludere la fusione della Ditta da lui amministrata in Eurasia con quella gemella di Oltreoceano. Lui sentiva però nell’aria qualcosa di strano, che lo infastidiva, lo avvertiva anche ora che inspirava con gusto quell’aria mite. Nonostante ciò, il sole lo stava mettendo di buon umore e, ancor più, lo avevano rallegrato i tanti auguri giunti per il suo compleanno. Aveva iniziato la banca a farglieli, imprimendoli nel display delle transazioni online, poi gli si erano materializzati sullo schermo virtuale e tridimensionale, che occupava una parete dell’ampio salone di casa. Li aveva perfino letti sull’ordine telematico degli alimenti per la cena e, insomma, dovunque si fosse trovato a utilizzare il suo cartellino magnetico. Quel pass par tout, rigido e di un colore rosso vermiglio, gli era stato assegnato alla nascita e aveva accompagnato tutta la sua crescita, perfino l’entrata a scuola, in chiesa e nelle discoteche. Era stata la sua garanzia di appartenenza alla società che si era creata dopo l’Avvento dei Giovani. Le strade, delimitate da campi magnetici, registravano la sua entrata nel proprio settore, perfino i centri commerciali gli spalancavano le porte scannerizzandone gli estremi e, grazie ad esso, lui non aveva mai incontrato difficoltà. La nuova società, con le sue ferree regole e la sua capillare organizzazione, rappresentava un’indiscutibile certezza. I giardini, perfettamente curati e di dimensioni precise, sfoggiavano tutti la stessa piacevole gamma di colori, il ciclo dell’immondizia era strutturalmente diversificato e i rifiuti riutilizzati, le strade terse e senza tracce di rifiuti organici. Nella nuova dinamica sociale ognuno aveva la sua giusta collocazione, esattamente come tutto ciò che lo circondava. Senza contare che gli imprevisti erano stati quasi azzerati e perfino i fenomeni naturali, per quanto estremi, riuscivano a essere governati. Insomma, dopo l’Avvento tutto aveva ritrovato il proprio ordine. E ora lui, alla soglia del suo sesto decennio, sapeva che sarebbe finalmente entrato nella fase del miglioramento, una nuova e sconosciuta dimensione dove erano transitati coloro che lo avevano preceduto. Sarebbe stata una sorta di Nirvana, così dicevano le nuove scritture. Nei micro cip di storia veniva descritto dettagliatamente il fallimento della società degli anziani, ciò che aveva preceduto il nuovo assetto. E la vecchia società, caotica, sporca e inefficiente era ormai un lugubre ricordo che l’umanità doveva solo aborrire…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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Il Bacio dei Vecchi


IL BACIO DEI VECCHI

Tra i vincitori del concorso letterario nazionale Memorial Miriam Sermoneta, pubblicato nella raccolta relativa al concorso.

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Nel bacio dei vecchi c’è tutto, ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su di una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi angustiava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole romane. Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché. Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.
Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina davanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli ne evidenziava la vecchiaia. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, io riuscivo a indovinare dei leggeri spruzzi di saliva, che uscivano dalle loro labbra, o dalle allentate dentiere. Lei era curata, pettinata con uno chignon sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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La Vera Storia della Befana


LA VERA STORIA DELLA BEFANA

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Silvia era rientrata da poco a casa. Si era fatto tardi come sempre e lei si sentiva molto stanca. Ma era la sera del cinque gennaio e sapeva che i suoi figli aspettavano in quella notte, come tanti altri bambini, l’arrivo della Befana.
La casa era fredda e lei corse subito ad accendere il camino. I ciottoli erano talmente umidi che non riuscivano a prendere fuoco. Alla fine, aiutandosi con una ventola Silvia vide che la legna iniziava a scoppiettare. Era ora di mettere su la minestra per i suoi piccoli, che stavano per tornare. Erano andati ad acquistare le calze da appendere sotto al camino. Robertino, Giulia e Giovannina rientrarono di lì a poco.
“Ciao mamma, guarda cosa abbiamo comperato?” disse Giovannina, la più piccola alzando le manine e mostrando una calza rosa a strisce bianche. Robertino gliela sfilò dalle mani e fece finta di gettarla nel camino.
“No, dammela! Mamma lo vedi è sempre lui!” gridò Giavannina.
“Robertino non mi fare inquietare, ridai immediatamente la calza a tua sorella!” disse Silvia pazientemente. Lui, invece, continuava a correre su e giù per la stanza con quella calzetta in mano, continuando a minacciare di gettarla nel fuoco.
“Uhu!” cominciò a piangere Giovannina, stropicciandosi gli occhi.
“Continua dai, così stanotte la Befana non ti porterà proprio niente!” gli gridò Giulia, la sorella più grande. A quella minaccia Robertino si fermò di colpo e restituì la calza alla sorellina, abbracciandola.
“Non piangere dai, lo sai che io scherzo!”. Giovannina afferrò la calza e ci si asciugò le grosse lacrime, abbozzando un immediato e tenero sorriso.
Ognuno di loro aveva voluto un colore diverso per la propria calza. Mentre quella di Giovannina era rosa a strisce bianche, Giulia ne aveva scelta una rossa a strisce verdi e Robertino una gialla a strisce blu. Tutti e tre, apparentemente tranquilli, andarono a posizionare le calze ai lati del camino.
“Che buon odore di minestra!” disse Robertino, avvicinandosi alla mamma. Silvia carezzò i suoi capelli rossi.
“Tra poco sarà pronto. Apparecchiate la tavola per piacere?”.
“Mamma, io non posso, perché voglio iniziare la ricerca sulla Befana, mi devo mettere un momento al computer, prima di cena” disse Giulia, la più grande, una ragazzina dai capelli neri come la pece.
“Ti aiuto io mamma!” si offrì Giovannina. Era una bimbetta bionda e la mamma si sbizzarriva ancora a pettinarla con la coda o con i ciuffetti ai lati della testa. Faceva tenerezza piccolina com’era, mentre prendeva i piatti che le porgeva la mamma e li andava a posizionare sul tavolo dove ancora non arrivava bene in altezza.
Robertino invece, avendo già dimenticato i buoni propositi, stava dando fastidio a Giulia, mentre lei stampava la cartina geografica di Betlemme.
“Vedi è qui che è nato Gesù” gli disse Giulia, indicandogli un luogo preciso della mappa. Lui vi gettò uno sguardo distratto e tornò a farle un dispetto, mentre lei iniziava a battere sui tasti del computer per scrivere almeno l’inizio della ricerca.
Le immagini scomparvero dallo schermo.
“Mamma! Lo vedi! E’ sempre lui, guarda, ora come faccio a fare la ricerca!”
“Robertino…BASTA!” gli urlò la mamma e poi rivolta a Giulia:
“Adesso è ora di cena, dai, venite a mangiare. Alla ricerca penseremo domani, ti aiuterò io”. Robertino era elettrizzato, non stava un minuto fermo e anche mentre le sorelle gustavano la zuppa, lui trovava il modo di infastidirle.
“Guarda Robertino che ha ragione Giulia, se continui così la Befana riempirà le loro calze di dolci e di giochi e per te riserverà solo il carbone, è questo che vuoi?” Lui si grattò il naso coperto di lentiggini e per un po’ non disturbò. Silvia ricordò di avere un vecchio libro di favole e pensò che sarebbe stato bello, dopo cena…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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I Suoi Passi Leggeri


I SUOI PASSI LEGGERI                                                                                                                                   Finalista al concorso letterario nazionale La Memoria, pubblicato nel volume Micol                                                   

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Non mi è mai piaciuto mio nonno, dico sul serio. Anzi per la verità non sono mai riuscito a soffrire la sua presenza dentro casa nostra. La nota stonata che trasformava la melodia della nostra vita familiare in una nenia tediosa che non si aveva voglia di ascoltare. Eppure non c’era nulla da fare, nonostante avessi più volte manifestato la mia insofferenza a quella presenza pesante e deprimente, tutta la mia famiglia si univa compatta dalla sua parte, lasciandomi solo. Mi chiedevo perché mai i miei genitori nutrissero devozione verso quel rottame umano che minava la nostra serenità. Mio padre era aperto a ogni dialogo con me e mio fratello più piccolo e la comprensione che mia madre aveva nei nostri confronti era infinita. Sì, ma non per ciò che riguardava l’argomento nonno. Così io capii ben presto che era inutile insistere. Avrei dovuto sopportare quell’uomo con i suoi occhi affossati e cerchiati di nero e quel viso deformato da una paresi che gli torceva la bocca, dai lati della quale colava sempre un po’di saliva, e la cui smorfia lasciava intravedere i resti ingialliti della sua antica dentatura. Avrei ancora dovuto vedere i suoi capelli ricci, candidi e radi, che stanchi ricadevano sulla sua fronte segnata. Tutto di lui mi inquietava, odiavo il suo odore di vecchio, detestavo le sue mani macchiate e rugose al punto da non riuscire più a mangiare il pane se solo lo aveva toccato. E infine quel numero marchiato all’interno del suo polso 12956, con un inchiostro blu, ancora nitido tanto da contrastare con la sua pelle quasi trasparente, come un livido che non se ne sarebbe mai andato…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

https://www.amazon.it/DONI-DELLA-MENTE-Racconti-Pensieri-ebook/dp/B019CRTCRI/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1491772373&sr=1-1&keywords=i+doni+della+mente

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C’Era una volta una donna Bellissima


C’ERA UNA VOLTA UNA DONNA BELLISSIMA

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C’era una volta una donna bellissima, dai lunghi capelli neri e due occhi talmente grandi che guardandoli si riusciva persino a entrare nella sua anima. Il suo sorriso era una brezza che raggiungeva il cuore, le sue mani morbide carezzavano in modo sublime e le sue labbra si nutrivano di me, baciandomi. Il suo profumo pervadeva tutta la casa e le ninne che mi cantava continuavano a cullare i miei sogni, fino al mattino. Era bello stare con lei, insieme vedevamo sorgere il sole, trascorrere il giorno e giungere la notte, sempre vicine. Le pappe, le nenie, l’odore del suo latte, le favole che parlavano di un mondo lontano, ma che lei riusciva a rendere vicino e possibile. Inebriante era scoprire che l’Universo, attraverso i suoi occhi, era un orizzonte luminoso dove tutti i nostri desideri si sarebbero potuti realizzare. Un rincorrersi infinito di fate e di gnomi che sembravano materializzarsi, rendendoci parte della loro infallibile magia. E la donna bellissima, meravigliosa volgeva il suo sguardo felice a me e al mio crescere armonioso.
Tutto questo festoso entrare in innumerevoli castelli incantati, si fermò nel giorno in cui una strega cattiva fece sì che vedessi la donna bellissima, ancora prima dell’alba, pronta a uscire, indossando un grembiule grigio e con i lunghi capelli raccolti in una cuffia bianca.“Dove vai? ” stentai, cercando di far uscire le mie prime sillabe, una domanda che lei intuì solo dal mio sguardo di infante. Era bellissima quella donna, anche con il grembiule che mortificava le sue forme e la cuffia che nascondeva la sua folta chioma. Mi rivolse un sorriso, meno vibrante di quelli a cui ero abituata, quasi triste. “Sei grande ora, io torno in fabbrica, tra poco viene la vicina”. Un bacio veloce e leggero sulla mia fronte impallidita. Sola, mi lasciava sola senza più magie da creare! Tentai a lungo di richiamare le mie amiche fate, per far realizzare l’unico desiderio che sentivo crescere a dismisura in me, quello cioè di averla ancora vicina. I castelli incantati erano crollati sotto i colpi di quell’unica realtà, lei andava al lavoro, anche se io non ero grande, non parlavo ancora e non sapevo neppure nutrirmi. E doveva farlo per darmi da vivere. Così giorno dopo giorno, ogni mattina, senza pietà, prima dell’alba lei doveva lasciare il caldo del nostro letto e anche se pioveva o nevicava, oppure tuonava forte…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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