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Anziani, una generazione condannata o semplicemente sfortunata?


Gli anziani sono scomodi, diciamoci la verità. Colpevoli di aver determinato l’innalzamento dell’aspettativa di vita, fardelli della società che sottraggono energie e risorse ai giovani a cui non sono riusciti a fornire un futuro sereno, o almeno programmabile. Con le loro pensioni, senza voler tirare in ballo quelle d’oro, o il lungo permanere nei posti di lavoro hanno davvero stancato. E non fa eccezione quello che sta avvenendo in conseguenza del Coronavirus. Sempre loro, gli anziani, che vanno a occupare le sale di rianimazione, cercano ancora di respirare, dopo lo sfacelo che hanno creato.

Non vi scandalizzate leggendo queste poche righe, perchè, portato all’eccesso, questo è il messaggio sublimale che viene raccolto dalle tante dichiarazioni incaute che, involontariamente, vengono trasmesse in modo scriteriato. Da tempo si è compreso che è molto più facile addossare a una generazione le colpe di chi per decenni ha legiferato senza tenere d’occhio il bene comune, in modo egoistico e privo di ogni lungimiranza. Adesso è facile puntare il dito contro chi dà fastidio per il solo fatto di esistere e percepire una pensione, visto che in tutte le salse è stato insinuato che, a causa loro, i giovani non avranno di che vivere.

E ora, quanta attenzione alla salute degli anziani! Sembra addirittura di capire che questo virus sia selettivo, mentre si dovrebbe dire una volta per tutte che si tratta di una particella infettiva capace di uccidere tutti, a qualsiasi età. Con messaggi errati, molti giovani si sono illusi di essere immuni alle conseguenze peggiori, che invece sono dietro l’angolo anche per loro, per i bambini perfino. Anche nella Fase Due ci si preoccuperà di liberare gli anziani dall’isolamento per ultimi, e viene il sospetto che non sarà per il loro bene, ma solo perchè non ci sono energie da sprecare.

Gli anziani di oggi se ne vanno in silenzio. Nati e cresciuti nel periodo in cui gli adulti non ascoltavano il disagio infantile, per poi divenire genitori quando sarebbero stati i giovani a non volerli ascoltare e a criticarli. In loro adesso c’è solo tristezza, solitudine e la certezza che non avranno nessuno vicino a confortarli nel momento estremo o ad accompagnarli nell’ultimo viaggio. Neppure un funerale, niente lacrime, soli e nudi in una doppia bara disinfettata e destinati alla cremazione.

Se ne vanno sì, portando con sé le ideologie che li hanno animati nelle rivolte studentesche, accompagnati dall’eco delle musiche dei Beatles e dei Rolling Stones, dal rombo delle moto di Easy Rider. Il frastuono della loro esistenza sparisce, privo della riconoscenza, non della gratitudine, di chi a loro deve molto. E scevro del rispetto che per secoli è stato riservato alla loro saggezza. Di quella generazione non resterà granché, perchè il mondo ha dimenticato ciò che ha rappresentato.

***

In tempi non sospetti il mio racconto “La Generazione Mancante” trattava già una situazione analoga, ambientata in un futuro non troppo lontano. Pubblicato da vari settimanali e da un mensile della RAI ha ottenuto una grande attenzione, se volete leggerlo è al seguente link:

https://danielaalibrandi.wordpress.com/2019/10/20/togliere-il-voto-agli-anziani-semplice-provocazione-o-reale-proposta-la-generazione-mancante/

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Togliere il voto agli anziani, semplice provocazione o reale proposta? “La Generazione Mancante”


Non è lontano il futuro nel quale gli anziani…

LA GENERAZIONE MANCANTE

Una giornata di sole come non se ne vedevano da tempo nella vallata. Finalmente un vero accenno alla primavera dopo i vani tentativi di un sole stanco. Era il sedicesimo quarto del 2089. Roberto si era alzato presto, la riunione sarebbe iniziata di prima mattina e lui avrebbe dovuto concludere la fusione della Ditta da lui amministrata in Eurasia con quella gemella di Oltreoceano. Lui sentiva però nell’aria qualcosa di strano, che lo infastidiva, lo avvertiva anche ora che inspirava con gusto quell’aria mite. Nonostante ciò, il sole lo stava mettendo di buon umore e, ancor più, lo avevano rallegrato i tanti auguri giunti per il suo compleanno. Aveva iniziato la banca a farglieli, imprimendoli nel display delle transazioni online, poi gli si erano materializzati sullo schermo virtuale e tridimensionale, che occupava una parete dell’ampio salone di casa. Li aveva perfino letti sull’ordine telematico degli alimenti per la cena e, insomma, dovunque si fosse trovato a utilizzare il suo cartellino magnetico. Quel pass par tout, rigido e di un colore rosso vermiglio, gli era stato assegnato alla nascita e aveva accompagnato tutta la sua crescita, perfino l’entrata a scuola, in chiesa e nelle discoteche. Era stata la sua garanzia di appartenenza alla società che si era creata dopo l’Avvento dei Giovani. Le strade, delimitate da campi magnetici, registravano la sua entrata nel proprio settore, perfino i centri commerciali gli spalancavano le porte scansionandone gli estremi e, grazie ad esso, lui non aveva mai incontrato difficoltà. La nuova società, con le sue ferree regole e la sua capillare organizzazione, rappresentava un’indiscutibile certezza. I giardini, perfettamente curati e di dimensioni precise, sfoggiavano tutti la stessa piacevole gamma di colori, il ciclo dell’immondizia era strutturalmente diversificato e i rifiuti riutilizzati, le strade terse e senza tracce di rifiuti organici. Nella nuova dinamica sociale ognuno aveva la sua giusta collocazione, esattamente come tutto ciò che lo circondava. Senza contare che gli imprevisti erano stati quasi azzerati e perfino i fenomeni naturali, per quanto estremi, riuscivano a essere governati. Insomma, dopo l’Avvento tutto aveva ritrovato il proprio ordine. E ora lui, alla soglia del suo sesto decennio, sapeva che sarebbe finalmente entrato nella fase del miglioramento, una nuova e sconosciuta dimensione dove erano transitati coloro che lo avevano preceduto. Sarebbe stata una sorta di Nirvana, così dicevano le nuove scritture. Nei micro cip di storia veniva descritto dettagliatamente il fallimento della società degli anziani, ciò che aveva preceduto il nuovo assetto. E la vecchia società, caotica, sporca e inefficiente era ormai un lugubre ricordo che l’umanità doveva solo aborrire. Lui, come tutti, conosceva una famiglia collettiva, composta da persone giovani, che lo avevano cresciuto e formato fino a farlo divenire manager della Ditta. Pigiò, come tutte le mattine, il suo cartellino rosso sulla costola sottostante il muscolo pettorale sinistro, dove sarebbe rimasto per l’intera giornata, calamitato dal micro cip inserito sotto pelle, contenente i suoi dati. Aveva dimenticato pochissime volte di compiere quel gesto, ma ciò che ne era conseguito aveva fatto sì che divenisse per lui un’azione normale, come il fatto di  respirare. Si era trovato infatti impossibilitato anche ad accedere al suo stesso bagno, così come alla cucina o alla piscina coperta dove, anche oggi, avrebbe fatto una corroborante nuotata.

E dopo la consueta immersione si preparò per andare al lavoro. Quella sarebbe stata una giornata storica per l’economia mondiale e la sera lui avrebbe festeggiato andando a fare una visita nella vicina Città del Sesso. Gli piaceva ogni tanto recarsi in quella sorta di villaggio pulito e controllato, che si ergeva non lontano dalla grande metropoli, dove si poteva sfogare con naturalezza qualsiasi istinto. Sorrise pensando a come vi si sarebbe divertito e rilassato e, mentre si spalmava il dopobarba, avvicinandosi allo specchio che ingrandiva i particolari del suo volto, non volle far caso alle piccole e incipienti rughe attorno agli occhi. Canticchiando, diede un colpetto di spazzola ai capelli leggermente brizzolati, preoccupandosi solamente di vestirsi in fretta. Mancava poco all’arrivo della sua auto. Scese al piano sottostante per bere la colazione calda che trovava puntualmente ogni mattina, così come previsto dal suo piano alimentare, preparata dalla cuoca e cameriera messa a sua disposizione dalla Ditta. Con sua enorme sorpresa non trovò la giovane donna alta, capelli rossi e braccia energiche e, ancor peggio, non c’era neanche la colazione. Irritato per quello che era il primo ritardo in tre anni di servizio della donna, si avvicinò al piano di cottura per scaldare un po’di caffè, ma anche questo sembrava non rispondere ai suoi comandi. Non partiva neanche l’energia suppletiva prevista in quei casi. <<Ma cosa diavolo sta accadendo?>> si chiese, infastidito dai contrattempi a cui non era abituato e tanto meno preparato. Guardò l’ora. Mancavano quindici minuti alle otto. Ormai l’autista doveva essere arrivato. Pensò che avrebbe chiarito tutto al ritorno e si avvicinò alla porta d’ingresso, prendendo la valigetta nera contenente il computer e alcuni documenti.

Uscì e l’aria dolce della primavera, carica dell’essenza di fiori nuovi, invase le sue narici e tutto il suo essere, facendogli dimenticare i noiosi inconvenienti. Respirò a pieni polmoni e tornò a considerare, soddisfatto, che quello era un grande giorno. Volse lo sguardo alla strada sicuro di trovarvi l’auto ad attenderlo, ma non c’era nessuno. Era troppo. Prese il cellulare e una voce sibilò nel suo orecchio “Auguri di buon compleanno!” clak. Niente più, solo l’insolito vhuu di una linea sconnessa. La sua mano andò meccanicamente a cercare il cartellino rosso, che stava come sempre al suo posto. In tutta la sua vita non gli era mai capitato quello che stava avvenendo quel giorno. Poggiò in terra la valigetta e vi si sedette sopra. Portò le mani alla testa e affondò le dita tra i capelli. Improvvisa la visione di un’auto scura e veloce, priva dei contrassegni della Ditta, attirò la sua attenzione. Dalla vettura scesero due giovani, che indossavano le divise dell’Autorità Interna e si dirigevano verso di lui, sorridendo.

 “La società dell’Avvento le augura buon compleanno!” Roberto sorrise, forse era tutto uno scherzo, messo in atto per fargli una sorpresa. I due uomini, della medesima altezza, indossavano lo stesso modello di occhiali da sole e sfoggiavano un identico taglio di capelli, uno biondo e l’altro castano. Si avvicinarono.

“Ci può favorire il cartellino rosso?” Roberto li guardò esterrefatto. In vita sua non se ne era separato neanche un attimo.

“No, perché mai?” rispose indignato.

“Non si preoccupi, fa solo parte delle procedure di transizione!” disse il biondo. Roberto pensò che fosse meglio accondiscendere alle loro richieste, soprattutto perché si stava facendo tardi.

“Eccolo” disse seccato, staccandolo dalla pelle che ricopriva il suo costato. Il biondo lo passò al moro, che lo inserì in un contenitore, dal quale ne tirò fuori uno identico, ma nero.

“Da oggi in poi dovrà utilizzare questo, esattamente come ha fatto con il rosso”.

 “Ma…” tentò di ribattere Roberto.

“Non c’è nulla da aggiungere, proprio come ha utilizzato finora il rosso. E buon proseguimento!” gli dissero all’unisono i due mentre, sorridendo, velocemente tornavano all’auto. La vettura scomparve in breve all’orizzonte.

 “Ma…” tornò a dire Roberto sottovoce, rivolto alla strada deserta, che come una lingua scura scendeva verso la vallata. Tutto ciò aveva dell’incredibile, pensò, mentre posizionava il cartellino nero dove fino a poco prima pendeva quello rosso. Doveva cercare di contattare la Ditta, ci sarebbe stata una spiegazione plausibile. Cercò di rientrare in casa, ma l’uscio non si aprì. Roberto iniziò a ridere nervosamente, si sedette sui gradini e accese il computer, si sarebbe messo in contatto con la sua segretaria. Sul desktop risaltava un grandissimo augurio di buon compleanno, ma non esistevano più i suoi file e non c’era alcun tipo di collegamento. Stupefatto iniziò a sudare, si allentò il nodo della cravatta. La giornata iniziava a essere maledettamente calda, e quel sole che tanto lo aveva rallegrato ora stava rendendo lo scenario addirittura ossessivo. Lasciò la valigetta con il computer sul ciglio della strada, si tolse la giacca, la ripiegò sull’avambraccio e iniziò a camminare.

Finalmente la città, con le sue vie terse e ordinate, attraversate da veicoli a lui familiari. Tutto riprendeva il giusto spessore e lui godeva nel vedere il traffico silenzioso e ben pianificato. Venne colto dal profumo dell’aria cittadina, dove innumerevoli vite correvano senza fare rumore e producevano quel benessere comune a cui anche lui tanto aveva dedicato della sua esistenza. Raggiunse il punto di trasporto dove una serie di autovetture attendevano solamente l’arrivo del passeggero. Le osservò compiaciuto. Erano automobili piccole di dimensioni le cui ruote, dallo pneumatico sottile e con un ampio cerchione sgargiante, davano un tocco di eleganza. Tutte, anche se ognuna di colore diverso, possedevano il lunotto posteriore dal design leggermente ricurvo, che scendeva verso una targa fosforescente, i cui numeri e lettere cambiavano ogni trenta secondi. La numerazione si sarebbe fermata solo quando il passeggero avesse sfiorato la portiera dell’auto, facendo così scansionare il suo cartellino. Roberto si stava finalmente rilassando, gli sembravano già lontani tutti gli imprevisti che avevano caratterizzato il suo risveglio. Volle notare, quasi ipnotizzato, il susseguirsi degli elementi identificativi delle targhe XA23981, WZ956N0, YCDEV762. Ogni trenta secondi esse mutavano aspetto e colore e lui provò qualcosa di molto simile a un capogiro. Decise di salire sulla macchina di colore grigio che aveva di fronte. Si avvicinò alla portiera, ma il meccanismo informatico non riconobbe il suo cartellino. Di nuovo tornava l’incubo.

Preso da una frenesia incontenibile si portò verso gli sportelli delle altre vetture. Niente, nessuna si apriva al suo contatto. L’ultima, nera di colore, invece, emise il suono di aria compressa che faceva scattare la serratura. Prima di salire Roberto volle sincerarsi che anche i numeri della targa si fossero bloccati e così era, AWXF43521. Salì, finalmente confortato, nell’accogliente abitacolo, e si sedette sul divanetto in pelle che, con la sua forma di comodo semicerchio, prendeva quasi la totalità dello spazio interno. L’autovettura, munita di motore elettrico e senza conducente, disponeva anche di una cloche a mezzaluna e di un sedile anatomico, che garantivano la possibilità del passaggio ai comandi manuali in caso di necessità. Sul video del cruscotto si materializzò la scritta “Buon Compleanno!” e una voce metallica esortò Roberto a impostare l’indirizzo di destinazione sulla tastiera che, salendo contemporaneamente dal pavimento, si era già posizionata alla sua destra. Mentre una cintura di sicurezza avvolgeva automaticamente il suo torace, lui sorrideva, pensando che la procedura di transazione era costellata di sollecitazioni particolari. Senza indugio impostò l’indirizzo della Ditta e l’auto iniziò il suo percorso. Era tanto tempo che Roberto non si serviva del trasporto urbano e gli stava piacendo molto vedere l’efficienza e l’eleganza dei particolari meccanismi di cui l’autovettura era dotata. La tastiera con l’indirizzo era sparita velocemente e, al suo posto, si era materializzato un contenitore di acqua. Lui bevve di cuore, anche se la climatizzazione dell’auto non gli faceva più soffrire la calura esterna. Fuori dai finestrini oscurati scorrevano gli edifici e il paesaggio della sua città, mentre il suo viaggio continuava in quell’involucro morbido e ovattato.

Il computer di bordo materializzava sul display la distanza rimanente per giungere a destinazione e il tempo necessario per percorrerla, la temperatura esterna e quella interna e le previsioni meteorologiche per le successive ore. Quando tutto sembrava ormai rientrato nella normalità, Roberto si accorse che non appariva più l’indirizzo della Ditta come destinazione del suo viaggio. Anzi sul monitor si susseguivano scritte a lui incomprensibili. Guardò spaventato fuori dal finestrino e si accorse che il paesaggio esterno stava rapidamente cambiando, mentre lui non riconosceva più i luoghi che, veloci, sfrecciavano davanti ai suoi occhi esterrefatti. L’auto si fermò e il meccanismo ad aria compressa aprì la portiera. Sul monitor apparve la scritta Benvenuti a destinazione e la cintura di sicurezza liberò il suo corpo. Roberto si gettò sul pulsante che permetteva il passaggio ai comandi manuali, ma sul video apparve il messaggio Accesso Negato, Accesso Negato, che continuò a ripetersi finché lui non poté fare altro che scendere. L’auto richiuse lo sportello e corse via velocemente.

Si trovava fuori dalla città, ai limiti della foresta che attorniava l’agglomerato urbano. Una brezza sottile muoveva dolcemente le chiome degli alberi e lui notò, all’imbocco della strada sterrata, un interminabile tapis roulant, che fendeva come una lenta spada il costato della selva. Vi salì, non sapendo più quale sarebbe stata la sua reale meta. L’odore rorido del sottobosco lo avvolse, accogliendolo. Alla fine, si trovò a deambulare per un sentiero sterrato. Ormai era quasi sera e anche la terra che lui calpestava pesantemente emanava un odore umido. Vide in lontananza dei fuochi e vi si diresse, senza un perché. Nell’avvicinarsi incontrava delle figure sconosciute. I loro tratti umani risultavano molto diversi da quelli a lui noti. Capelli canuti, sguardo perso nel vuoto, solchi scavati in volto. Si sedette vicino al fuoco, era esausto. La donna di fronte a lui, la cui magrezza era messa in risalto dai lunghi capelli bianchi, penetrava con il suo sguardo chiaro le alte lingue della fiamma.

“Dove mi trovo?” le chiese con tono implorante. Lei sorrise, si alzò e gli si sedette vicino.

“Hai fame?” La sua voce era dolce e melodiosa, ma ciò non leniva la sua disperazione.

“No, non ho fame, non ho sete, voglio solamente sapere dove mi trovo!” La donna gli carezzò i capelli.

“Sei tra noi, non sapevi che esistevamo vero?” Roberto la guardò meravigliato e chiese ancora:

“Ma chi siete voi?” Il tono che aveva usato era quasi schifato e rabbioso, ma la donna sorrise indulgente.

“Siamo gli anziani o, se preferisci, i vecchi”. Roberto la fissò con le pupille dilatate. Non poteva essere, quelli di cui la donna stava parlando avevano fallito e la società si era liberata di loro già da molto, moltissimo tempo.

“Cosa mi stai dicendo, vecchia!” esclamò, sottraendosi alla sua carezza. Senza modificare il tono di voce, la donna continuò:

“Non mi credi, vero? Ma guardati attorno, vedi più niente che ti sia familiare?”

Roberto volse lo sguardo in giro. Era vero, non riconosceva quel mondo. Si sentiva sfinito e la donna gli fece poggiare la testa sulla sua spalla mentre, continuando a parlare, riusciva di nuovo a carezzargli i capelli.

“Vedi, noi siamo la generazione mancante”. Roberto, incantato da quella voce, seguì con inspiegabile fiducia il suo racconto. “La generazione che è stata soppressa per il bene dell’umanità”

“Com’è possibile?” Chiese lui. La donna sorrise amaramente e andò avanti:

“Giunse un tempo nel quale i sistemi previdenziali saltarono e gli anziani dovettero lavorare fino alla morte. I giovani, condannati a lavori sempre più insicuri, se poi riuscivano a trovarne, e nell’impossibilità di progettare la loro vita futura, vedevano i vecchi occupare non solo il mondo lavorativo, ma anche tutti i posti di potere. E la scienza utilizzata per garantire loro una sempre maggiore aspettativa di vita. Gli anziani governanti non capirono in tempo quale frattura sociale si stesse creando e gestirono il potere senza saggezza, facendo sempre maggiori danni, con la sola preoccupazione di non dar spazio a quella generazione. La collera di quei ragazzi crebbe e con rabbia essi si organizzarono in incontenibili rivolte di massa. Accadde l’imprevedibile. Le due generazioni si scontrarono selvaggiamente e le città si riempirono di morti. Una guerra lacerante, le cui conseguenze furono inimmaginabili. La nuova generazione ebbe la meglio e ciò che seguì fu una spietata caccia all’anziano. Per le strade, nei quartieri e, dovunque ne trovassero uno, le esecuzioni erano immediate, plateali. Non vi fu neanche la pietà dei figli verso i padri, era ormai solo una questione di sopravvivenza. Una volta preso il potere, i giovani misero in campo tutte le loro energie e potenzialità, e riuscirono a creare una società organizzata diversamente, finalmente ordinata e funzionale, cercando soprattutto di non ripercorrere gli errori che erano stati fin lì compiuti. Tutto, ogni singola azione venne programmata e controllata con la creazione di reti informatiche sempre più capillari e sofisticate, sai i giovani ci sapevano fare con i computer! I vecchi, invece, furono quelli che pagarono lo scotto maggiore, all’inizio eliminati, poi spinti ai limiti della società, resi invisibili e infine dotati del cartellino nero”.

La mano di Roberto andò meccanicamente al suo costato. Lei gli sorrise consapevolmente e gli domandò:

“Anche tu ne hai uno, vero?” Roberto la guardava incredulo. Nella sua civiltà non esisteva il termine vecchio. I deputati del suo Parlamento avevano meno di trent’anni, così come il Sommo Pontefice, che ne aveva compiuti da poco ventisette. Di cosa stava parlando quella donna?

“Cosa stai dicendo, vecchia! La vostra società ha fallito, ce lo hanno insegnato, sai! Non siete riusciti in niente! Gli alimenti ormai erano veleni e l’immondizia non veniva più raccolta. Nelle città la gente poteva respirare solo con l’aiuto di maschere filtranti e la corruzione era divenuta la vostra regola. Siete perfino riusciti a distruggere l’equilibrio naturale, avete disboscato le foreste e avvelenato il mare! Quello sì che è stato il vero massacro. La vostra società aveva fallitooo!” le gridò con veemenza. Lei lo guardò impassibile.

“Può darsi ma, insieme a questo sfacelo, noi possedevamo dei valori insostituibili. La conosci tu la vera passione, hai mai provato il calore della famiglia, con i nonni che raccontano le favole ai nipotini, sai cosa sia un nonno?” No, Roberto non lo sapeva, Iniziò a sentire dei brividi, la notte si preannunciava fredda e lui si stava sentendo perso in un mondo di vecchi, che non credeva esistesse. La donna continuava a parlare:

“Molti di noi tentano a volte di prendere il mare a bordo di zattere, poiché si dice che nell’Oltre Mediterraneo esistano ancora delle società tribali rispettose degli anziani, che li accettano e li venerano perfino, ma nessuno mai è tornato per rassicurare gli altri che ciò sia vero. Anzi, a volte le onde hanno riportato a riva i loro cadaveri!”

Roberto era in preda a un delirio mentale, che non gli lasciava alcuna lucidità e si guardò attorno. Il sentimento nuovo che stava nascendo in lui lo stupì. Era una grande, incommensurabile pena. Molti individui si scaldavano attorno ai fuochi, chi tossiva, chi si asciugava gli occhi, per le lacrime dovute forse all’invecchiamento delle loro cornee. Tutti però cercavano di incoraggiarlo, sorridendogli. Nei loro sguardi non c’era automazione, ma esperienza, il loro sorriso non trasmetteva soddisfazione, ma consapevolezza. Dai loro movimenti goffi e lenti, così lontani da quelli veloci ed efficienti a cui lui era abituato, traspariva un’immensa, abissale amarezza. Un uomo dalle mani rugose, le cui vene sembravano schizzare fuori dalla pelle raggrinzita e macchiata, gli porse una ciotola con dell’acqua e Roberto bevve avidamente. Il suo sguardo andò al quadrante del suo orologio, che lo informava costantemente dei valori vitali, compresa l’idratazione delle sue cellule, ma ora vi si leggeva solo una scritta fosforescente: Buon compleanno! Stordito tornò a poggiare il capo sul seno della vecchia e si addormentò al ritmo del suo cuore. L’odore di quella pelle era diverso e sapeva di fiori e di antico, quella scorza ruvida e solcata emanava un inebriante calore, nascondendo un’intima e accogliente morbidezza. E lui liberò la mente in un mondo onirico, che confondeva la luce con le tenebre. Vide chiaro, come illuminato da un lampo, il sottile confine esistente tra ragione e follia. Anche lui ora sarebbe dovuto sparire alla vista dei giovani, senza possibilità d’appello. Ci sarebbe stata sempre una generazione mancante per pareggiare quel disumano conto. Sognò della sua realtà, di se stesso, ora vecchio confuso in mezzo ai vecchi. E provò una immensa angoscia per quella società di giovani, priva dei valori che forse non avrebbe più potuto assaporare. Lui ora ne conosceva il significato e il valore. Ne era stato appena avvolto e già sentiva di non poterne fare più a meno.

Alla fine non furono neanche più i sogni ad agitarlo e cadde in un sonno profondo, al ritmo del cuore antico che sentiva battere vicino a lui.

E mai risveglio fu più dolce per Roberto. A destarlo furono il cinguettio degli uccelli e i tiepidi raggi di un sole nuovo. Era rimasto stretto al corpo della vecchia per tutta la notte e, al contrario di ciò che aveva temuto, non aveva sofferto il freddo, accanto al fuoco che ancora ardeva lì vicino. L’odore di fresca rugiada e di corteccia umida invase le sue narici, infondendogli una forza sconosciuta e inaspettata. La vecchia era già sveglia e, mentre lui scrutava i dintorni, lei lo osservava curiosa, come se aspettasse qualcosa dai suoi gesti e dal suo sguardo. Alla luce del sole non le sembrava più che appartenesse all’uomo perso che aveva addirittura rifiutato le sue carezze la sera precedente.

Lì intorno dormivano gli anziani, chi su giacigli di fortuna, chi sotto improvvisati ripari, attorcigliati a coperte annose, che sembravano essere tessute con l’amarezza del loro percorso. Colpi di tosse giungevano come portati da eco lontane. E lui per la prima volta in vita sua sentiva di avere una scelta, di poter decidere del suo destino che, adesso, non era più preordinato e finalmente non doveva rispondere a regole precise e rigide.

Si alzò e stirò le membra, accorgendosi che all’orizzonte di intravedeva una striscia di mare azzurro. Già si imbastiva l’eterno dialogo tra le onde e la miriade di gabbiani, che disegnavano voli festosi nei colori pastello dell’alba. Roberto provò un brivido intimo, profondo, e capì che adesso dipendeva solo da lui. Molti di quei vecchi si stavano svegliando e tutti lo guardavano come se gli stessero silenziosamente chiedendo un segnale, un impulso.

Si avvicinò al fuoco e lo ravvivò, poi staccò dal suo costato il cartellino nero e ve lo gettò. Le fiamme si levarono e sembravano anch’esse felici di annientare quel simbolo odioso. Uno dopo l’altro le donne e gli uomini dai capelli bianchi, dalla pelle rugosa e dal respiro affannoso si avvicinarono al fuoco e vi scaraventarono, chi con rabbia e chi con rassegnazione, il cartellino nero. Il crepitio delle lingue di fuoco sembrò un tripudio e, senza parlare, i vecchi raccolsero da terra le poche cose che continuavano ad essere importanti per loro, un indumento, una foto, qualche oggetto.

Tutti lo osservavano e Roberto vide nei loro occhi la fiera determinazione che tornava ad animarli. Porse il braccio alla vecchia addosso alla quale aveva trascorso la notte e si incamminò verso il tapis roulant che l’aveva trasportato fino a lì il giorno precedente. Il meccanismo adesso era fermo, programmato per muoversi in un’unica direzione, non ipotizzando che avrebbe potuto essere utilizzato addirittura per tornare.

E Roberto provava un’eccitazione nuova, il mondo stava per riscoprire i valori essenziali alla crescita del genere umano. Finiva lì il conto disumano che, per pareggiare, aveva avuto necessità di cancellare almeno una generazione. Lui ora sapeva che i giovani avrebbero compreso ciò che finora non avevano capito e cioè che senza gli anziani sarebbe sempre mancata l’altra metà dell’universo profondo che plasma i sentimenti umani.

Non c’era timore, ma solo voglia di tornare in quella folla che ordinatamente camminava ora, percorrendo a ritroso quel crudele percorso. Le loro figure colpite dalla forza del sole nascente erano più solide e ben definite, anche se lasciavano sulla terra umida ombre sempre più lunghe ed evanescenti.

*  *  *

Questo racconto è stato pubblicato da un mensile della RAI, dal settimanale L’Ortica del Venerdì, inserito nell’antologia “Mezzaluna”, pubblicata da Veledicarta insieme ai racconti scelti dal cantautore Eugenio Finardi. Il racconto fa parte dell’antologia “I Doni della Mente”, tradotta nell’edizione inglese “Echoes of the soul”, disponibile ai seguenti link di Amazon e Kobo Mondadori.

https://www.kobo.com/it/it/ebook/i-doni-della-mente

https://www.amazon.it/DONI-DELLA-MENTE-Racconti-Pensieri/dp/1521363919

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“I Suoi Passi Leggeri”, per non dimenticare


             I SUOI PASSI LEGGERI

Racconto Finalista al Concorso Letterario Nazionale            “La Memoria”

Non mi è mai piaciuto mio nonno, dico sul serio. Anzi per la verità non sono mai riuscito a soffrire la sua presenza dentro casa nostra. La nota stonata che trasformava la melodia della nostra vita familiare in una nenia tediosa che non si aveva voglia di ascoltare. Eppure non c’era nulla da fare, nonostante avessi più volte manifestato la mia insofferenza a quella presenza pesante e deprimente, tutta la mia famiglia si univa compatta dalla sua parte, lasciandomi solo. Mi chiedevo perché mai i miei genitori nutrissero devozione verso quel rottame umano che minava la nostra serenità. Mio padre era aperto a ogni dialogo con me e mio fratello più piccolo e la comprensione che mia madre aveva nei nostri confronti era infinita. Sì, ma non per ciò che riguardava l’argomento nonno. Così io capii ben presto che era inutile insistere. Avrei dovuto sopportare quell’uomo con i suoi occhi affossati e cerchiati di nero e quel viso deformato da una paresi che gli torceva la bocca, dai lati della quale colava sempre un po’di saliva, e la cui smorfia lasciava intravedere i resti ingialliti della sua antica dentatura. Avrei ancora dovuto vedere i suoi capelli ricci, candidi e radi, che stanchi ricadevano sulla sua fronte segnata. Tutto di lui mi inquietava, odiavo il suo odore di vecchio, detestavo le sue mani macchiate e rugose al punto da non riuscire più a mangiare il pane se solo lo aveva toccato. E infine quel numero marchiato all’interno del suo polso 12956, con un inchiostro blu, ancora nitido tanto da contrastare con la sua pelle quasi trasparente, come un livido che non se ne sarebbe mai andato. Insomma io odiavo quel suo essere ebreo. Mi ricordavo di lui così da sempre, vecchio e impaurito, irrimediabilmente ferito dal destino che gli aveva tolto tutto, ma con un guizzo nello sguardo intriso di antico orgoglio, pervaso dalla strana consapevolezza di appartenere a tradizioni e storie impossibili da soffocare, nonostante tutto. Il suo inspiegabile orgoglio di essere ebreo.

I miei ricordi di bimbo mi riportavano a quando lui mangiava ancora con noi e, durante la cena che precedeva lo Yom Kippur, era a lui che veniva affidato il compito di tagliare il pane e la carne. Lo studio della Torah e la solennità di quei festeggiamenti non facevano per me, così come tutto ciò che in quella cornice veniva perpetrato. Nonostante tutti considerassero la nostra somiglianza, tanto nei lineamenti quanto nel modo di fare, un grande dono ricevuto da Dio, io crescendo maturai l’assoluta convinzione di essere completamente diverso da lui. Mi resi conto di non sentirmi un ebreo. Immancabilmente, alla fine delle feste, delle giornate passate in sinagoga io mi sentivo un estraneo. Questo stato d’animo non era giustificato né compreso dai familiari, parenti e amici, che all’inizio cercarono in tutti i modi di risvegliare in me l’orgoglio delle origini. Volevano indurmi alla rassegnazione di essere nato ebreo, senza riuscirvi. Gli anni passavano e il rancore verso la mia condizione cresceva, allontanandomi da tutti.

Arrivò poi il tempo nel quale mio nonno abbandonò l’abitudine di mangiare insieme a noi e scivolò in un oblio senza fine. Nella sua mente tutti coloro che frequentavano la nostra casa erano delle spie pronte a denunciarlo ai nazisti. Io capii che era giusto così, che si isolasse a mangiare da solo in camera sua, in una volontaria prigionia, uscendo da lì solo di notte, per compiere innumerevoli volte lo stesso percorso nel corridoio, dalla sua camera alla cucina, poi al bagno e indietro alla sua camera. Era giusto che si fosse finalmente tolto dalla mia vista. I suoi passi si trascinavano nel corridoio, di notte, cadenzati come se i piedi fossero stati legati da una pesante catena, e rimbombavano nella mia mente, finendo poi per cullare i miei sogni.

Per molti anni quello fu l’unico contatto che restò tra noi due. Finché arrivò il giorno in cui invitai gli amici a fare i compiti a casa e lui riuscì a metterli in fuga, uscendo dall’esilio della sua stanza con coraggio inaspettato. Gridava che erano tutti spie e che ci avrebbero denunciati. Mi sono vergognato terribilmente nel vedere i miei amici andar via di corsa, spaventati da quel pazzo piombato nella nostra allegria con il suo delirio persecutorio. Avrei voluto piangere e gridargli finalmente di uscire dal mio mondo, ma il patriarca non si poteva toccare.

“Bisogna avere pazienza!” mi ripeteva mia madre “Tuo nonno ha sofferto tanto e lo ha fatto anche per noi. Tutti loro, in quei campi di sterminio, si sono immolati per noi”.

Non rispondevo, non osavo dirle che non provavo alcuna riconoscenza per un sacrificio collettivo che sicuramente non era stato fatto per me. Anzi, con il passare del tempo, sentivo che ogni goccia del mio sangue smentiva la mia appartenenza alla razza ebrea. Il mio Dna parlava di storie completamente diverse da quella che voleva raccontare sempre lui, con i suoi occhi persi nel vuoto, quella smorfia indelebile e quel maledetto numero 12956, che si leggeva chiaramente mentre agitava per aria il braccio, nell’intento di cacciare le spie immaginarie. Che razza di uomo poteva essere mai stato uno che, come lui, aveva permesso che gli portassero via la moglie e il figlio, senza far nulla, un uomo che si era fatto marchiare a fuoco come fosse la pecora di un gregge? Che razza di uomo era mio nonno per non essere riuscito a fermarli? E cosa voleva ora da me con le sue grida biascicate all’indirizzo dei miei amici, della mia vita che nulla avrebbe avuto in comune con la sua? Mi specchiavo e riconoscevo nei miei lineamenti e nei miei muscoli la forza, l’onnipotenza che solo i giovani riescono a provare.

Io sì che avrei saputo come fare. Mi ostinavo a non credere a quel che veniva raccontato del passato, detto sul presente e immaginato nel futuro, descritto con la rassegnazione di chi sa che nel proprio destino ci saranno inevitabilmente nuove persecuzioni, altri stermini. Niente di tutto ciò sarebbe mai accaduto a me. Mi rifiutai di frequentare ragazze ebree, come cercavano di indurmi a fare i miei, e provai a inserirmi in ambienti diversi. Non avrei mai formato una famiglia che potesse essere oggetto di persecuzione, non avrei mai creato i presupposti per essere marchiato a fuoco. Tagliai a zero i miei capelli ricci, disertai la sinagoga, evitai di indossare la Kippà. Cercai perfino di nascondere il mio naso camuso spingendo sin sulla punta le pesanti lenti Ray-Ban, che lo mascheravano con la loro ombra. Finché mi sembrò di non avere più alcuna caratteristica riconducibile agli ebrei. La mia vita l’avevo già pianificata contro ogni aspettativa dei miei parenti. Mi sarei trasferito negli Stati Uniti, in qualsiasi luogo dove un ebreo è solamente un essere umano, mi sarei laureato in legge e avrei sposato una ragazza americana, affogando nell’incontro con altri Dna le mie origini e il destino nefasto della mia gente. E mi piaceva fantasticare sul mio futuro affacciato alle finestre della mia stanza, in questo grande appartamento non lontano dal ghetto, la cui veduta spazia sul lento corso del Tevere e da cui è sempre visibile il tetto della sinagoga, illuminato dal sole o bagnato dalla pioggia, sempre muta testimonianza a ricordarmi che io sono un ebreo

Sono passati gli anni e ho messo in atto tutti i miei progetti. Ho preso contatti con l’università di Boston e a settembre inizierò il corso di studi che desideravo seguire. In tasca ho il biglietto del volo Pan Am, che mi porterà via da qui dopodomani. La novità è che l’altro ieri mio nonno è morto, vecchissimo, nel sonno. Ce ne siamo accorti perché nessuno di noi aveva udito, come ogni notte, i suoi passi terrorizzati andare su e giù per il corridoio. Non ho provato nulla se non la beffa che ci avesse lasciati proprio quando anch’io avevo finalmente deciso di andarmene. Mio padre ha voluto che venisse deposto nella bara in modo che fosse visibile, sul suo polso ormai scheletrico, il numero 12956, quasi un ammonimento gridato alle tenebre dell’aldilà. Non ho voluto neanche salutarlo per l’ultima volta mio nonno. Ho solo sostato nel corridoio ormai solcato dai suoi passi, in attesa che chiudessero la bara e lo portassero via. L’eco dei singhiozzi degli altri si è perso nella mia mente cinica. Al ritorno dal funerale, forse proprio per il distacco che ho sempre dimostrato nei suoi confronti, mi è stato affidato il compito di mettere ordine tra le cose che ha lasciato, per impacchettare tutto ciò che potrà essere gettato via.

Nella sua camera si percepisce ancora il suo odore, che trovo invariabilmente insopportabile. Sul letto c’è solo il materasso, le lenzuola sono state tolte. Questo silenzio non mi fa alcun effetto. Voglio fare in fretta, farò il pacco delle cose da eliminare e poi andrò a chiudere le mie valige. Stamattina, durante il funerale, è piovuto forte. Un temporale estivo che ha lasciato il posto all’afa. Dalle finestre si vede, ancora meglio che da quelle della mia stanza, il tetto della sinagoga che riflette da un lato il sole e dall’altro le poche nuvole grigie che si allontanano dalla città. Quello strano tetto mi sembra un enigmatico specchio che riflette solo ciò che si vuol vedere. Lascio la finestra aperta e inizio a rovistare nell’armadio, notando che la roba da selezionare è veramente poca. Qualche vestito, alcune maglie di lana, varie Kippà, un candelabro poggiato alla parete interna dell’armadio. Secondo i racconti di mio padre, prima della guerra la loro era stata una famiglia ricca e la professione di orafo, che mio nonno aveva ereditato dal padre, rendeva bene. Quando i nazisti chiesero l’oro agli ebrei romani in cambio della loro libertà, mio nonno convinse un gran numero di persone a donarlo e lui stesso si spogliò della quasi totalità dei suoi averi. Era convinto che sarebbe stato in grado di ricominciare quando l’assurdità della guerra fosse terminata. L’importante era che lasciassero in pace lui e la sua famiglia, cioè sua moglie Ester e suo figlio Davide di sette anni, mio padre. Ma poi, come sappiamo tutti, non fu così e in una notte d’autunno, nell’ottobre del ’43, caddero nella retata dei nazisti come gran parte degli ebrei romani, per essere poi deportati ad Auschwitz, da cui mia nonna Ester non tornò più. Per lo strano concatenarsi di eventi che a volte separa la vita dalla morte, mio padre fu affidato a una loro vicina che, eludendo la sorveglianza dei nazisti, lo portò in salvo insieme ad altri due bambini, nel vicino convento di San Bartolomeo. Solo dopo molto tempo dalla fine della guerra mio nonno riuscì a riabbracciare suo figlio e, da quel momento, non lo lasciò mai più, neanche dopo il suo matrimonio con mia madre. Neppure di fronte a questi ricordi riesco a impietosirmi. Io, ne sono certo, avrei fatto ben altro, avrei usato diversamente i miei soldi, magari pagando la fuga molto prima, né sarei caduto nel tranello delle iene naziste. Mi riparo gli occhi dalla luce infuocata del tramonto che, riflessa dal tetto della sinagoga, si riversa in questa stanza.

Accidenti è quasi sera, debbo sbrigarmi! Nel fondo dell’armadio vedo piegati un paio di pantaloni, al cui tatto si riconosce la fatturazione di ottima lana, anche se sono orribilmente logori. Li spiego per vederli meglio e dall’interno cade un foglio di carta. E’ una pagina di quaderno a righe, ingiallito, anche se restano intatte le righe azzurre orizzontali e quelle rosse del margine verticale. Sembra un foglio da prima elementare, ma la calligrafia è di una persona adulta. Mi siedo sul bordo del letto e cerco di decifrare ciò che vi è scritto, poiché in alcuni punti l’inchiostro sembra essersi bagnato:

 “Caro amore, ti scrivo ciò che non riesco a dirti guardandoti negli occhi. Sono incinta di otto settimane. So che all’inizio avrai paura per questa notizia, l’ho avuta anch’io. Ma dopo la prima impressione, cerca di esserne felice come lo sono io. Vedrai, la guerra passerà, tutto ciò finirà e noi avremo la gioia di una famiglia completa. Sono sicura che sarà una bambina e la sua vita già cresce con forza dentro di me, lasciandomi stupita. Stavolta sarò più brava, non piangerò come mi succedeva quando aspettavo Davide, Sai, quella tristezza viene solo alla prima gravidanza. Caro amore, vedrai che noi ce la faremo! Ti amo tanto Ester”.

Sono seduto sul letto eppure mi sembra di scivolare giù da una montagna. Guardo la data, ma è illeggibile. Si vede bene solo l’anno, il 1943. All’improvviso sento vacillare tutto il mio mondo e le mie difese. Un martello inizia a battere nella mia mente e a ogni colpo mi sembra di vedere quel numero 12956, 12956 conficcarsi nei miei pensieri, squarciando i miei giudizi, le mie convinzioni. Le ultime luci del tramonto carezzano il mio volto e vedo delle gocce umide cadere sul foglio. Non è possibile, sono le mie lacrime. Insomma, cosa mi sta accadendo? Separo il foglio di carta dalle cose che dovranno essere gettate e preso da un’incomprensibile smania frugo ancora in quel lacero pantalone. Dalla tasca esce un pezzo di carta, sembra carta da pacchi, stropicciata e sbiadita. Riconosco la stessa calligrafia:

Caro amore, spero che ti verrà recapitato questo mio scritto da Ines, che può raggiungere la tua baracca. Io vado avanti e cerco solamente di pensare che Davide è salvo e lontano da qui. Non ti preoccupare per me, abbi solamente cura di te. Stanotte ho sentito muovere la bambina per la prima volta! Ti amo tanto Ester”.

Sento di avere tra le dita un inestimabile tesoro, ho addirittura paura ad adagiarlo sul materasso. Lo infilo delicatamente nella tasca dei pantaloni, da cui scivola in terra il mio biglietto aereo. E’ l’ultimo messaggio intriso d’amore scritto da una piccola donna indifesa, che avrebbe fatto la “doccia  mortale” di lì a pochi giorni. Mi sembra di vederla muovere i suoi passi leggeri, col ventre appena rigonfio e i pensieri concentrati sui movimenti della creatura che porta in grembo, mentre ignara si avvia verso la camera a gas. Mi sembra di sentirli nel corridoio di casa quei passi leggeri, confondersi con quelli terrorizzati dell’uomo che lei amava così tanto. Mi sdraio, immobile, fissando il soffitto. Ormai è sera e su di esso le cime degli alberi, mosse dalla brezza notturna, compongono delle strane ombre, che mi raccontano un’altra storia e mi mostrano ciò che non ho mai voluto vedere. La gioia e l’amore, la follia e la crudeltà, l’orgoglio, il coraggio e la disperazione. Luci e ombre, vita e morte. Di fuori è notte, me lo dice il bacio della luna riflessa dal tetto della sinagoga. L’odore di mio nonno è svanito nella pura aria notturna ma vorrei tanto, per la prima volta, risentirlo. Scendono ancora silenziose le mie lacrime e io mi chiedo perché non ho mai voluto leggere ciò che mostravano i suoi occhi spenti. Mi sembra che siano passati degli anni invece che poche ore in questa stanza. Sento di essere diverso, finalmente libero dal peso che non mi faceva entrare aria nei polmoni. Respiro profondamente la sensazione che mi pervade e mi scalda. Ora ogni goccia del mio sangue, ogni allele del mio Dna gridano una sola frase, che sento salire con violenza alle labbra. Mi alzo dal letto e vado verso la finestra, per gridare forte le parole che prorompono come lava eruttata da un vulcano. Lo urlo alla luna riflessa dalle acque del Tevere, alla silenziosa sinagoga, agli uccelli notturni che solo ora non temo più. E’ con rabbia impietosa, ma anche con struggente e antico amore che grido:

“ Io resterò!

                                                                ***

Il racconto è stato pubblicato su riviste settimanali, tra cui L’Ortica con la copertina riportata in alto.

Anche La RAI ha dedicato una pubblicaziione a “I suoi passi leggeri”, che fa parte dell’antologia “I doni della mente”, tradotta nell’edizione inglese “The echoes of the soul”.

L’antologia è disponibile al seguente link in ebook e cartaceo:

 

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I Miei Racconti, LE NEWS

La vera storia della Befana (una favola di ieri per i bambini di oggi)


LA VERA STORIA DELLA BEFANA

I disegni c’erano, ma il testo no. Mi hanno chiesto di inventare una favola per i più piccoli nel giro di ventiquattro ore. Ci sono riuscita in una notte.

(Il racconto è stato pubblicato in vari settimanali e in una pubblicazione della RAI)

Foto  del settimanale  “L’Ortica del Venerdì”

Silvia era rientrata da poco a casa. Si era fatto tardi come sempre e lei si sentiva molto stanca. Ma era la sera del cinque gennaio e sapeva che i suoi figli aspettavano in quella notte, come tanti altri bambini, l’arrivo della Befana.

La casa era fredda e lei corse subito ad accendere il camino. I ciocchi di legna erano talmente umidi che non riuscivano a prendere fuoco. Alla fine, aiutandosi con una ventola Silvia vide che la legna iniziava a scoppiettare. Era ora di mettere su la minestra per i suoi piccoli, che stavano per tornare. Erano andati ad acquistare le calze da appendere sotto al camino. Robertino, Giulia e Giovannina rientrarono di lì a poco.

“Ciao mamma, guarda cosa abbiamo comperato?” disse Giovannina, la più piccola alzando le manine e mostrando una calza rosa a strisce bianche. Robertino gliela sfilò dalle mani e fece finta di gettarla nel camino.

“No, dammela! Mamma lo vedi è sempre lui!” gridò Giavannina.

“Robertino non mi fare inquietare, ridai immediatamente la calza a tua sorella!” disse Silvia pazientemente. Lui, invece, continuava a correre su e giù per la stanza con quella calzetta in mano, continuando a minacciare di gettarla nel fuoco.

“Uhu!” cominciò a piangere Giovannina, stropicciandosi gli occhi.

“Continua dai, così stanotte la Befana non ti porterà proprio niente!” gli gridò Giulia, la sorella più grande. A quella minaccia Robertino si fermò di colpo e restituì la calza alla sorellina, abbracciandola.

“Non piangere dai, lo sai che io scherzo!”. Giovannina afferrò la calza e ci si asciugò le grosse lacrime, abbozzando un immediato e tenero sorriso.

Ognuno di loro aveva voluto un colore diverso per la propria calza. Mentre quella di Giovannina era rosa a strisce bianche, Giulia ne aveva scelta una rossa a strisce verdi e Robertino una gialla a strisce blu. Tutti e tre, apparentemente tranquilli, andarono a posizionare le calze ai lati del camino.

“Che buon odore di minestra!” disse Robertino, avvicinandosi alla mamma. Silvia carezzò i suoi capelli rossi.

“Tra poco sarà pronto. Apparecchiate la tavola per piacere?”.

“Mamma, io non posso, perché voglio iniziare la ricerca sulla Befana, mi devo mettere un momento al computer, prima di cena” disse Giulia, la più grande, una ragazzina dai capelli neri come la pece.

“Ti aiuto io mamma!” si offrì Giovannina. Era una bimbetta bionda e la mamma si sbizzarriva ancora a pettinarla con la coda o con i ciuffetti ai lati della testa. Faceva tenerezza piccolina com’era, mentre prendeva i piatti che le porgeva la mamma e li andava a posizionare sul tavolo dove ancora non arrivava bene in altezza.

Robertino invece, avendo già dimenticato i buoni propositi, stava dando fastidio a Giulia, mentre lei stampava la cartina geografica di Betlemme.

“Vedi è qui che è nato Gesù” gli disse Giulia, indicandogli un luogo preciso della mappa. Lui vi gettò uno sguardo distratto e tornò a farle un dispetto, mentre lei iniziava a battere sui tasti del computer per scrivere almeno l’inizio della ricerca.

 Le immagini scomparvero dallo schermo.

“Mamma! Lo vedi! E’ sempre lui, guarda, ora come faccio a fare la ricerca!”

“Robertino…BASTA!” gli urlò la mamma e poi rivolta a Giulia:

“Adesso è ora di cena, dai, venite a mangiare. Alla ricerca penseremo domani, ti aiuterò io”. Robertino era elettrizzato, non stava un minuto fermo e anche mentre le sorelle gustavano la zuppa, lui trovava il modo di infastidirle.

“Guarda Robertino che ha ragione Giulia, se continui così la Befana riempirà le loro calze di dolci e di giochi e per te riserverà solo il carbone, è questo che vuoi?” Lui si grattò il naso coperto di lentiggini e per un po’ non disturbò. Silvia ricordò di avere un vecchio libro di favole e pensò che sarebbe stato bello, dopo cena, mettersi sul divano di fronte al camino, e leggere ai figli la fiaba della Befana. Così anche Robertino si sarebbe calmato, finalmente.

Più tardi, seduti davanti al camino che scoppiettava, distesero una coperta che li avvolgeva tutti, mentre la mamma sfogliava il libro di fiabe, che le apparteneva da quando anche lei era una bambina.

“C’era una volta una donna bellissima, che era molto generosa e preparava sempre torte e dolci per donarli a chi lavorava nei boschi. Quando iniziò a vedere sul suo volto delle rughe, cominciò a guardarsi continuamente allo specchio e a evitare la presenza e l’amicizia degli altri. Ma questo non bastava a fermare i segni del tempo su di lei che, isolandosi sempre più e vivendo senza affetti, divenne in breve vecchia.

Anche quando alla sua porta bussarono i tre Re Magi, chiedendole di essere accompagnati da Gesù Bambino, perché dovevano consegnargli dei doni, lei si limitò a indicare loro la direzione della Stella Cometa, ma si rifiutò di accompagnarli”.

Silvia fermò per un attimo la lettura, per guardare i suoi figli che non fiatavano. Giovannina si era già addormentata, Giulia aveva poggiato il capo su quello della sorellina e stava per cedere al sonno, mentre Robertino era vispo e, stando vicino a lei, non fermava il dondolio delle gambe.

“Dai mamma, continua!”disse lui, ansioso di conoscere il finale della fiaba

“Subito dopo la Befana si pentì, si vestì di corsa e cercò di raggiungere i Re Magi, ma non vi riuscì…. Uahh!” Silvia sbadigliò, iniziava a sentire le palpebre pesanti. Anche Robertino aveva fermato quel fastidioso dondolamento e aveva poggiato il capo sulla sua spalla. Dal camino veniva un tepore infinito e anche Silvia si addormentò.

°°°

Fu Robertino il primo a svegliarsi. Aveva sentito un gran rumore provenire dalla cappa del camino. Le sue sorelle e sua madre dormivano beate e lui sgusciò fuori dalla coperta per vedere cosa stava accadendo. Una gran quantità di fuliggine cadde sui ciocchi spegnendoli e, in quel fumo, lui non vide più nulla. Quando la cenere si posò, lui si trovò di fronte una vecchia, con un gran fazzoletto stretto sulla testa, che si poggiava  stanca a una scopa. Lui non riusciva neanche a parlare, portò le mani alla bocca:

“Uh!” fece con meraviglia.

“Ciao, hai sentito parlare di me? Sono la Befana!” Robertino sapeva di essere sempre stato dispettoso e di aver fatto inquietare la mamma, le sorelle e anche le maestre di scuola.

“Sei venuta a darmi il carbone?” le chiese lui, rosso in viso.

“Tu devi essere Robertino, o mi sbaglio?”

“Sì, sono io ed è vero che sono stato cattivo”ammise lui, con aria colpevole.

“Ah!” disse la Befana, andandosi a sedere al tavolo di cucina. Sembrava molto affaticata. Robertino iniziava a sentire meno timore e volle parlarle.

“E’ vero che un tempo eri bellissima?” La Befana sorrise, le mancavano dei denti e sul naso aveva un vistoso neo. Sembrava vestita di stracci. Infilò una mano nella tasca del giacchetto e ne tirò fuori un ritratto.

“Decidi tu se ero bella o no!” e gli mostrò l’immagine di una donna con i capelli lunghi scuri e gli occhi grandi e buoni.

“Wow, accidenti se eri bella, ma cosa ti è successo?”

“Quello che può accadere a tutti, anche a te, sai? Non si deve mai restare da soli, senza amici o affetti. I sentimenti vanno coltivati, come una pianta che va curata e annaffiata, altrimenti avvizzisce”

“Ah, è così che sei diventata vecchia e, posso dirtelo, anche un po’brutta?” La Befana si rabbuiò e rimise il ritratto nella tasca.

“Già, è stato proprio per questo”. Robertino voleva saperne ancora di più.

“La fiaba dice che tu non riuscisti a raggiungere i Re Magi, cosa accadde dopo?”

“Eh, fu un grave errore quello di non seguirli, e iniziai a cercare da sola Gesù Bambino. Dovunque c’era un piccolino io andavo a portare nella notte dei doni, sperando di poter ritrovare Gesù”.

“Che storia! E non l’hai ancora trovato?”

“Fino ad ora no, ma sono tanto stanca, non so per quanto potrò ancora girare e cercarlo… mi vuoi aiutare tu?”

“Io!” rispose Robertino sbalordito “Ma io sono un bambino cattivo”

“Non esistono bambini cattivi, tu sei solo molto vivace e mi serve proprio uno come te”. Robertino ricordò che sua sorella Giulia aveva stampato la cartina geografica di Betlemme, dove era nato Gesù.

“Se vuoi io ti posso aiutare, guarda qui c’è la mappa per trovare Betlemme”. La Befana stava masticando un pezzo di pane che aveva trovato sul tavolo e lo guardava contenta.

“Sì dai, prendila. Tu sali dietro di me sulla scopa e mi indicherai la strada”. Lui guardò la mamma e le sorelle che dormivano. Temeva di lasciarle sole.

“Non ti preoccupare, torneremo prima del loro risveglio” lo rassicurò la Befana “Dai, indossa il giaccone e andiamo”.

Lui fece ciò che gli diceva, salì sulla scopa e si strinse al corpo di quella vecchia.

“Reggiti forte!” gli intimò lei.  La scopa sembrò mettersi in moto e lui sentì che i suoi piedi si sollevavano dal pavimento. Vide che imboccavano il camino strettissimo e, come un tappo di spumante, venivano scagliati lontano nel cielo, fuori dal comignolo.

Il vento liberò la mappa dalla fuliggine che l’aveva sporcata. Ora volavano nella notte fredda e stellata e Robertino guardava i pianeti e gli astri corrergli vicini. Il cielo era talmente limpido che lui avrebbe potuto staccare una stella, se solo avesse avuto il coraggio di allungare una mano. Ma lui non avrebbe mai lasciato la presa. La Befana correva veloce e la luna sembrava una lampada accesa che illuminava ogni cosa. Le luci delle case apparivano sempre più lontane e lui vide scorrere al di sotto montagne, vallate e fiumi. Robertino stringeva la mappa e, senza staccarsi dalla Befana, cercava di aprire un po’la mano per poter riconoscere la via. Quando vide una grande distesa blu gli sembrò che fosse il Mar Mediterraneo. Illuminato dalla luna esso sembrava un grande topazio splendente. Veniva solcato da barconi carichi di persone. Lui riusciva persino a udire delle voci di bimbi:

“Mamma ho sete! Mamma, non ce la faccio più, quando arriviamo!”.

“Chi sono quelli Befana?” chiese incuriosito.

“Sono dei bambini come te, ma più sfortunati. Stanno scappando dalla guerra e dalla fame in cerca di un po’di felicità”.

Robertino vide che il panorama cambiava. Ora si vedevano distese di sabbia, le cui dune sembravano disegnare delle dolci catene montuose. Elefanti e cammelli correvano nella notte. Anche da lì si levavano delle voci di bimbi.

“Mamma, ho fame! Mi fa male la pancia! Mamma non ho più forza”.

“E qui chi vive, Befana?”domandò ancora Robertino, sbalordito.

“Sono altri bambini. Non tutti, sai, hanno la fortuna di vivere come te e le tue sorelle. Ci sono tanti bimbi che soffrono, perché non hanno cibo a sufficienza, né cure mediche. Ecco perché in futuro tu dovrai essere più riflessivo e meno vivace”.

“Befana, siamo quasi a Betlemme!” disse a un tratto lui, guardando bene la mappa.

“Sì, ci siamo, vedo la stella cometa da lontano!” disse la Befana e la scopa accelerò la sua corsa. Di stelle comete, però, se ne vedevano tante e questo era un po’strano. Si sentivano anche dei suoni molto forti provenire da quella parte.

“Sei sicuro che Betlemme sia lì?” gli chiese la Befana.

“La mappa dice così”, rispose lui interdetto. La scopa rallentò, pur mantenendo quella direzione. Le stelle comete arrivavano veloci, ma cadevano facendo un grande fracasso e incendiando ciò che colpivano.

“Non sono stelle comete! Accidenti, queste sono bombe!” disse allarmata la Befana.

“Ho paura Befana! Torniamo indietro!”. Ormai erano in mezzo ai razzi che, fischiando, li sfioravano quasi, mentre loro cercavano di allontanarsi velocemente dalla terra di Gesù. Un suono di sirene prolungato aumentò la loro angoscia. Robertino doveva addirittura gridare per farsi udire dalla vecchia, che riusciva ancora a dribblare tra le bombe.

“Questa è una guerra Befana, voglio tornare da mamma!”

“Hai ragione, ti riporto a casa!” e così dicendo la scopa si impennò e raggiunse una distanza tale da metterli al sicuro. Robertino era sgomento e la Befana esclamò.

“Ecco perché non riuscivo a trovare Gesù. Il motivo è che molti si sono dimenticati di lui! Il mondo non ricorda più quel bimbo che, deposto in una mangiatoia povero e infreddolito, era ricco solo di amore per gli altri!”.

“Già, che tristezza Befana!” disse lui, abbracciando quella vecchia ancora più forte, mentre prendevano la strada del ritorno.

Magicamente Robertino tornò a vedere un paesaggio familiare, mentre rapidamente la scopa rientrava dal comignolo. Giunsero alla base del camino con un grande fracasso.

“E adesso che farai Befana per trovare Gesù?”.

“Forse non ci riuscirò mai. Mi toccherà cercarlo ancora per molto tempo!”

“Eh sì, ho paura  anch’io Befana che dovrai lavorare per molti anni a portare i doni ai bimbi” disse serio Robertino. Lei ci pensò un po’ su e poi disse:

“Ma sì, del resto sai che ti dico? Io cercavo Gesù in ogni bambino, mentre ora ho capito che in ogni bambino c’è Gesù”. Lui sorrise radioso.

°°°

Era mattina quando Robertino si svegliò raggomitolato sotto la coperta insieme alle sorelle e alla mamma. Tutti stavano aprendo gli occhi e sbadigliando. Giulia e Giovannina corsero a vedere le calze appese al camino. Nelle loro trovarono alcuni dolci e dei grandi pezzi di carbone. In quella di Robertino c’era invece un meraviglioso trenino e delle gustose caramelle.

“Guarda mamma, la Befana è stata qui stanotte e ha lasciato anche un bel trenino! Ma per chi sarà?” dissero in coro Giulia e Giovannina.

“E’chiaro, per tutti e tre!” affermò Robertino pieno di entusiasmo “Perché giocassimo insieme senza litigi e dispetti”.

La mamma, meravigliata di sentire parole tanto assennate dal suo piccolo, si voltò verso di lui per abbracciarlo, ma si accorse che era tutto sporco di fuliggine: “Come mai sei ridotto in questo stato, Robertino?” gli chiese allarmata.

Lui non rispose, si avvicinò al vetro appannato della finestra, vi passò una mano e guardò verso i primi raggi di sole. Gli sembrò di vedere controluce l’immagine di una vecchina su una scopa, che svaniva all’orizzonte.

Lui solo sapeva perché.

                                                                      Daniela Alibrandi

 

“La vera storia della Befana” fa parte dell’antologia “I doni della mente”, in ebook e cartaceo, tra i Best Seller di Amazon Italia e in ebook su Kobo.

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I Miei Racconti

La Rimpatriata


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Appuntamento a Piazza Venezia alle otto in punto. Venticinque anni dall’ultima campanella udita a scuola, un quarto di secolo dal nostro scendere veloci per le scale del liceo, guardandoci negli occhi, meravigliati che fosse giunto finalmente l’ultimo giorno di lezione. Qualcuno dava sulla testa del compagno un quaderno accartocciato, mimando i colpi ritmici di un batterista, altri si tenevano forte per mano, promettendosi di non perdere mai i contatti. E fuori ci attendeva l’estate, con la libertà dai libri e dalle interrogazioni, c’erano i Beatles e i Rolling Stones.
Ora, mentre mi avviavo verso l’appuntamento più emozionante della mia vita, i ricordi prorompevano dalla nebbia nella quale sembravano essersi disciolti. In quella Piazza Venezia bagnata, dalla storia tanto sfortunata, mi attendeva una stravagante comitiva di quarantaquattrenni. Loro erano lì, sembrava che fossero divenuti adulti senza essersi mai allontanati da quei sampietrini che ora, lucidi di pioggia, riflettevano la calda luminosità dei lampioni romani…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

https://www.amazon.it/DONI-DELLA-MENTE-Racconti-Pensieri-ebook/dp/B019CRTCRI/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1491772373&sr=1-1&keywords=i+doni+della+mente

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I Miei Racconti

Il Vento Dolce di Aprile


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Tempo fa, un invito a cena a casa di un’amica, ma con un pizzico di brio. C’era un tema attorno al quale si sarebbero sviluppate le conversazioni della serata:”La primavera, il risveglio”. Le invitate, tutte rigorosamente donne, che si conoscevano appena, avrebbero potuto parlare ognuna del proprio risveglio e scrivere anche qualcosa al riguardo.
Non potevo immaginare l’atmosfera nella quale mi sarei immersa in quelle ore, che sono trascorse troppo veloci. Un ambiente elegante, nel quale ogni particolare parlava del gusto raffinato e sapiente della persona che aveva organizzato l’originale convegno. La luce soffusa e nel sottofondo una musica soft, avvolgente ed emozionante colonna sonora di quell’incontro. Cinque donne, ognuna con la sua storia e il suo bagaglio personale che, tra piatti gustosi e prelibati manicaretti, non hanno trovato difficoltà ad aprirsi, condividendo insieme gioie, tragedie e scelte coraggiose, ciascuna parlando del proprio risveglio. Scoprivo, in ogni loro sguardo, che non è difficile denudare l’anima…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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L’Ultima Casa


L’ULTIMA CASA (Vincitore del premio letterario nazionale La Città e il Mare, pubblicato nella raccolta relativa al concorso )

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Espropriare la casa a qualcuno, questo era ciò che del mio lavoro non mi piaceva, anche se i motivi potevano essere il bene comune o il cammino del progresso. Così mi accinsi, con un certo disagio, a bussare per la seconda volta alla casa del vecchio, che si ergeva sul promontorio a nord della città. Era l’ultima abitazione di quelle costruite dai pescatori nel dopoguerra, il nucleo da cui prese vita la grande e moderna città di oggi. La prima volta lui, curvo, pallido e dai vecchi occhi azzurri e umidi, mi aveva accolto male, sbattendomi la porta in faccia. Stavolta lentamente aprì “Ah, sei tu?” Mi disse. “Sì sono io e ora deve starmi a sentire!” risposi in tono perentorio. Lui mi squadrò ed era difficile interpretare il suo sguardo. “Entra!” mi intimò, ed entrai nella sua casa di legno. Le travi che cigolavano allo sferzare del vento e la veduta che da lì si godeva mi fecero sentire come in un antico veliero perso in alto mare. ”Mi stia a sentire, il comune le offre un’ottima buonuscita e inoltre le è stata assegnata una casa popolare al di là della ferrovia!”. “No! Da qui non mi muovo!” disse con fermezza. Mi invitò, però, a sedermi e mi versò un bicchiere di vino. Mi scrutava, mentre si accendeva un sigaro. L’odore che si sentiva era un misto di legno fradicio e di scoglio…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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Quei Quattro Minuti


 

QUEI QUATTRO MINUTI (Tra i vincitori del concorso letterario nazionale Mani in Volo, pubblicato nella raccolta relativa al concorso)

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C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire. Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti si erano trovati a doverne rivendere le quote. C’era il sole mentre entrava insieme ai due agenti nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate. Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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Perchè Proprio a Natale


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A volte il ricordo di storie passate aggredisce l’anima nei momenti più impensati e forse più inopportuni. Come stamani, che mi devo affrettare per l’appuntamento che mi attende e invece, mentre sto facendo scorrere la cinta attraverso i passanti dei jeans, c’è qualcosa che rallenta le mie mosse e mi riporta a un fatto lontano, a una domanda che non mi ponevo più da anni e alla quale non sono mai riuscita a dare una risposta. Perché i miei genitori scelsero proprio il 23 dicembre come data per definire in tribunale la loro separazione? Il Natale era ormai così vicino che già se ne sentiva il calore, in quei giorni solo la voglia di chiudersi in casa, lontano dalla scuola, insieme a loro che solitamente facevano in modo di stare più tempo con noi durante le feste. Insomma, il Natale era lì, dovevamo solo afferrarlo e goderlo come ogni anno.
Uscirono presto quella mattina e ci lasciarono da un’amica di famiglia…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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La Terra di Nessuno


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Tutti la deridevano quella donna ben vestita, dalle labbra carnose dipinte di rosso, i capelli nero corvino e con ai piedi delle rumorose ciabatte. Arrivava la mattina presto, anche di domenica e i suoi pesanti passi echeggiavano nel quartiere, così come i canti che intonava una volta raggiunta la sua destinazione. Gli abitanti della zona detestavano ormai la sua figura grossa, i suoi occhi vividi e il modo prepotente che aveva di disturbare il loro riposo, anche nei giorni di festa. La donna portava con sé uno sgabello, sedendosi sul quale ogni tanto si riposava. Senza averne avuto il permesso o il compito lei aveva preso a coltivare la terra di nessuno, come la chiamavano i residenti, un lembo di suolo posto al crocevia delle strade del quartiere. Se la giornata era calda, lei tornava anche al tramonto e lasciava in un angolo di quel piccolo terreno i suoi arnesi da giardinaggio. Zappettava e irrigava con l’acqua che prendeva dalla fontanella, poi si sedeva sul seggiolino di legno ad ammirare come il suo lavoro stesse trasformando quella terra arida… e cantava forte. Non ci volle molto che venisse chiamata da tutti “la matta”.
In ogni villaggio c’è un pazzo, e in ogni comunità è quello che da fastidio…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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Il Compagno Amaro


IL COMPAGNO AMARO (Vincitore del concorso letterario nazionale Il Volo di Pegaso, bandito dall’Istituto Superiore di Sanità e pubblicato nella raccolta relativa al concorso)

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Mi piaceva baciare mio marito, tanto. Sapevo che potevo sfiorare le sue labbra con le mie oppure baciarlo per ore, bere tutto l’amore di cui avevo bisogno. Amavo baciare anche i nostri figli e poi sorridere, ridere di cuore. Adoravo il mio lavoro, tradurre simultaneamente per ore i discorsi degli importanti funzionari della Comunità Europea per cui lavoravo. Sorridevo, parlavo, traducevo e, soprattutto, vivevo. Non potevo certo immaginare che quelli erano i miei ultimi sorrisi e i miei ultimi baci. Cominciò così, in una allegra e spensierata serata di settembre, mentre mi lavavo i denti. Una fitta, incredibilmente dolorosa, a cui non potevo essere preparata, che mi tolse il respiro e i battiti cardiaci per un lungo, interminabile intervallo. Partiva dai denti e prendeva la bocca, la guancia, squarciava il volto, per terminare nella profondità del cervello. Quando riaprii gli occhi, vidi la mia immagine trasfigurata nello specchio, con le labbra contratte in una smorfia di dolore, ma sembrava tutto finito. Terminai di sciacquare la bocca e pensai:”Accidenti, immagina se un dolore simile non se ne andasse mai, ci si potrebbe anche morire!”. Niente in quel momento mi fece capire che il mio destino era proprio quello: soffrire fino a morire. Allora riuscii a sorridere di me stessa e andai a dormire. Niente mi fece presagire di aver iniziato la via crucis che avrebbe segnato tutta la mia vita successiva. Se avessi guardato meglio nello specchio avrei visto l’ombra del compagno amaro che mi stava scivolando accanto, per non lasciarmi mai più: il dolore.
<<Qui ci vuole un bravo dentista!!>> pensai quando, la mattina dopo percorrendo l’Aurelia a velocità sostenuta, il dolore tornò a squarciarmi il volto, all’improvviso, senza dare alcun segno premonitore. Avevo rischiato di essere tamponata dall’auto che mi seguiva veloce e vicina quando, dovendo chiudere gli occhi e non capendo più nulla dalla violenza di tale sintomo, avevo sterzato all’improvviso, cercando di accostare al ciglio della strada, dopo una breve sbandata. Terrorizzata, frastornata ancora da ciò che avevo provato e dai clacson delle auto che mi redarguivano, mi guardai nello specchietto retrovisore. Due lacrime mi scendevano dagli occhi e il dolore non se ne stava andando via come la prima volta. Accidenti, continuavo a sentirlo, anche se più sordo, come un cane che mi stesse morsicando la guancia destra. Non dovetti attendere molto per risentirlo…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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La Generazione Mancante


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Una giornata di sole come non se ne vedevano da tempo nella vallata. Finalmente un vero accenno alla primavera dopo i vani tentativi di un sole stanco. Era il sedicesimo quarto del 2089. Roberto si era alzato presto, la riunione sarebbe iniziata di prima mattina e lui avrebbe dovuto concludere la fusione della Ditta da lui amministrata in Eurasia con quella gemella di Oltreoceano. Lui sentiva però nell’aria qualcosa di strano, che lo infastidiva, lo avvertiva anche ora che inspirava con gusto quell’aria mite. Nonostante ciò, il sole lo stava mettendo di buon umore e, ancor più, lo avevano rallegrato i tanti auguri giunti per il suo compleanno. Aveva iniziato la banca a farglieli, imprimendoli nel display delle transazioni online, poi gli si erano materializzati sullo schermo virtuale e tridimensionale, che occupava una parete dell’ampio salone di casa. Li aveva perfino letti sull’ordine telematico degli alimenti per la cena e, insomma, dovunque si fosse trovato a utilizzare il suo cartellino magnetico. Quel pass par tout, rigido e di un colore rosso vermiglio, gli era stato assegnato alla nascita e aveva accompagnato tutta la sua crescita, perfino l’entrata a scuola, in chiesa e nelle discoteche. Era stata la sua garanzia di appartenenza alla società che si era creata dopo l’Avvento dei Giovani. Le strade, delimitate da campi magnetici, registravano la sua entrata nel proprio settore, perfino i centri commerciali gli spalancavano le porte scannerizzandone gli estremi e, grazie ad esso, lui non aveva mai incontrato difficoltà. La nuova società, con le sue ferree regole e la sua capillare organizzazione, rappresentava un’indiscutibile certezza. I giardini, perfettamente curati e di dimensioni precise, sfoggiavano tutti la stessa piacevole gamma di colori, il ciclo dell’immondizia era strutturalmente diversificato e i rifiuti riutilizzati, le strade terse e senza tracce di rifiuti organici. Nella nuova dinamica sociale ognuno aveva la sua giusta collocazione, esattamente come tutto ciò che lo circondava. Senza contare che gli imprevisti erano stati quasi azzerati e perfino i fenomeni naturali, per quanto estremi, riuscivano a essere governati. Insomma, dopo l’Avvento tutto aveva ritrovato il proprio ordine. E ora lui, alla soglia del suo sesto decennio, sapeva che sarebbe finalmente entrato nella fase del miglioramento, una nuova e sconosciuta dimensione dove erano transitati coloro che lo avevano preceduto. Sarebbe stata una sorta di Nirvana, così dicevano le nuove scritture. Nei micro cip di storia veniva descritto dettagliatamente il fallimento della società degli anziani, ciò che aveva preceduto il nuovo assetto. E la vecchia società, caotica, sporca e inefficiente era ormai un lugubre ricordo che l’umanità doveva solo aborrire…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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Il Bacio dei Vecchi


IL BACIO DEI VECCHI

Tra i vincitori del concorso letterario nazionale Memorial Miriam Sermoneta, pubblicato nella raccolta relativa al concorso.

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Nel bacio dei vecchi c’è tutto, ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su di una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi angustiava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole romane. Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché. Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.
Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina davanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli ne evidenziava la vecchiaia. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, io riuscivo a indovinare dei leggeri spruzzi di saliva, che uscivano dalle loro labbra, o dalle allentate dentiere. Lei era curata, pettinata con uno chignon sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano…

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La Vera Storia della Befana


LA VERA STORIA DELLA BEFANA

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Silvia era rientrata da poco a casa. Si era fatto tardi come sempre e lei si sentiva molto stanca. Ma era la sera del cinque gennaio e sapeva che i suoi figli aspettavano in quella notte, come tanti altri bambini, l’arrivo della Befana.
La casa era fredda e lei corse subito ad accendere il camino. I ciottoli erano talmente umidi che non riuscivano a prendere fuoco. Alla fine, aiutandosi con una ventola Silvia vide che la legna iniziava a scoppiettare. Era ora di mettere su la minestra per i suoi piccoli, che stavano per tornare. Erano andati ad acquistare le calze da appendere sotto al camino. Robertino, Giulia e Giovannina rientrarono di lì a poco.
“Ciao mamma, guarda cosa abbiamo comperato?” disse Giovannina, la più piccola alzando le manine e mostrando una calza rosa a strisce bianche. Robertino gliela sfilò dalle mani e fece finta di gettarla nel camino.
“No, dammela! Mamma lo vedi è sempre lui!” gridò Giavannina.
“Robertino non mi fare inquietare, ridai immediatamente la calza a tua sorella!” disse Silvia pazientemente. Lui, invece, continuava a correre su e giù per la stanza con quella calzetta in mano, continuando a minacciare di gettarla nel fuoco.
“Uhu!” cominciò a piangere Giovannina, stropicciandosi gli occhi.
“Continua dai, così stanotte la Befana non ti porterà proprio niente!” gli gridò Giulia, la sorella più grande. A quella minaccia Robertino si fermò di colpo e restituì la calza alla sorellina, abbracciandola.
“Non piangere dai, lo sai che io scherzo!”. Giovannina afferrò la calza e ci si asciugò le grosse lacrime, abbozzando un immediato e tenero sorriso.
Ognuno di loro aveva voluto un colore diverso per la propria calza. Mentre quella di Giovannina era rosa a strisce bianche, Giulia ne aveva scelta una rossa a strisce verdi e Robertino una gialla a strisce blu. Tutti e tre, apparentemente tranquilli, andarono a posizionare le calze ai lati del camino.
“Che buon odore di minestra!” disse Robertino, avvicinandosi alla mamma. Silvia carezzò i suoi capelli rossi.
“Tra poco sarà pronto. Apparecchiate la tavola per piacere?”.
“Mamma, io non posso, perché voglio iniziare la ricerca sulla Befana, mi devo mettere un momento al computer, prima di cena” disse Giulia, la più grande, una ragazzina dai capelli neri come la pece.
“Ti aiuto io mamma!” si offrì Giovannina. Era una bimbetta bionda e la mamma si sbizzarriva ancora a pettinarla con la coda o con i ciuffetti ai lati della testa. Faceva tenerezza piccolina com’era, mentre prendeva i piatti che le porgeva la mamma e li andava a posizionare sul tavolo dove ancora non arrivava bene in altezza.
Robertino invece, avendo già dimenticato i buoni propositi, stava dando fastidio a Giulia, mentre lei stampava la cartina geografica di Betlemme.
“Vedi è qui che è nato Gesù” gli disse Giulia, indicandogli un luogo preciso della mappa. Lui vi gettò uno sguardo distratto e tornò a farle un dispetto, mentre lei iniziava a battere sui tasti del computer per scrivere almeno l’inizio della ricerca.
Le immagini scomparvero dallo schermo.
“Mamma! Lo vedi! E’ sempre lui, guarda, ora come faccio a fare la ricerca!”
“Robertino…BASTA!” gli urlò la mamma e poi rivolta a Giulia:
“Adesso è ora di cena, dai, venite a mangiare. Alla ricerca penseremo domani, ti aiuterò io”. Robertino era elettrizzato, non stava un minuto fermo e anche mentre le sorelle gustavano la zuppa, lui trovava il modo di infastidirle.
“Guarda Robertino che ha ragione Giulia, se continui così la Befana riempirà le loro calze di dolci e di giochi e per te riserverà solo il carbone, è questo che vuoi?” Lui si grattò il naso coperto di lentiggini e per un po’ non disturbò. Silvia ricordò di avere un vecchio libro di favole e pensò che sarebbe stato bello, dopo cena…

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I Suoi Passi Leggeri


I SUOI PASSI LEGGERI                                                                                                                                   Finalista al concorso letterario nazionale La Memoria, pubblicato nel volume Micol                                                   

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Non mi è mai piaciuto mio nonno, dico sul serio. Anzi per la verità non sono mai riuscito a soffrire la sua presenza dentro casa nostra. La nota stonata che trasformava la melodia della nostra vita familiare in una nenia tediosa che non si aveva voglia di ascoltare. Eppure non c’era nulla da fare, nonostante avessi più volte manifestato la mia insofferenza a quella presenza pesante e deprimente, tutta la mia famiglia si univa compatta dalla sua parte, lasciandomi solo. Mi chiedevo perché mai i miei genitori nutrissero devozione verso quel rottame umano che minava la nostra serenità. Mio padre era aperto a ogni dialogo con me e mio fratello più piccolo e la comprensione che mia madre aveva nei nostri confronti era infinita. Sì, ma non per ciò che riguardava l’argomento nonno. Così io capii ben presto che era inutile insistere. Avrei dovuto sopportare quell’uomo con i suoi occhi affossati e cerchiati di nero e quel viso deformato da una paresi che gli torceva la bocca, dai lati della quale colava sempre un po’di saliva, e la cui smorfia lasciava intravedere i resti ingialliti della sua antica dentatura. Avrei ancora dovuto vedere i suoi capelli ricci, candidi e radi, che stanchi ricadevano sulla sua fronte segnata. Tutto di lui mi inquietava, odiavo il suo odore di vecchio, detestavo le sue mani macchiate e rugose al punto da non riuscire più a mangiare il pane se solo lo aveva toccato. E infine quel numero marchiato all’interno del suo polso 12956, con un inchiostro blu, ancora nitido tanto da contrastare con la sua pelle quasi trasparente, come un livido che non se ne sarebbe mai andato…

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C’Era una volta una donna Bellissima


C’ERA UNA VOLTA UNA DONNA BELLISSIMA

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C’era una volta una donna bellissima, dai lunghi capelli neri e due occhi talmente grandi che guardandoli si riusciva persino a entrare nella sua anima. Il suo sorriso era una brezza che raggiungeva il cuore, le sue mani morbide carezzavano in modo sublime e le sue labbra si nutrivano di me, baciandomi. Il suo profumo pervadeva tutta la casa e le ninne che mi cantava continuavano a cullare i miei sogni, fino al mattino. Era bello stare con lei, insieme vedevamo sorgere il sole, trascorrere il giorno e giungere la notte, sempre vicine. Le pappe, le nenie, l’odore del suo latte, le favole che parlavano di un mondo lontano, ma che lei riusciva a rendere vicino e possibile. Inebriante era scoprire che l’Universo, attraverso i suoi occhi, era un orizzonte luminoso dove tutti i nostri desideri si sarebbero potuti realizzare. Un rincorrersi infinito di fate e di gnomi che sembravano materializzarsi, rendendoci parte della loro infallibile magia. E la donna bellissima, meravigliosa volgeva il suo sguardo felice a me e al mio crescere armonioso.
Tutto questo festoso entrare in innumerevoli castelli incantati, si fermò nel giorno in cui una strega cattiva fece sì che vedessi la donna bellissima, ancora prima dell’alba, pronta a uscire, indossando un grembiule grigio e con i lunghi capelli raccolti in una cuffia bianca.“Dove vai? ” stentai, cercando di far uscire le mie prime sillabe, una domanda che lei intuì solo dal mio sguardo di infante. Era bellissima quella donna, anche con il grembiule che mortificava le sue forme e la cuffia che nascondeva la sua folta chioma. Mi rivolse un sorriso, meno vibrante di quelli a cui ero abituata, quasi triste. “Sei grande ora, io torno in fabbrica, tra poco viene la vicina”. Un bacio veloce e leggero sulla mia fronte impallidita. Sola, mi lasciava sola senza più magie da creare! Tentai a lungo di richiamare le mie amiche fate, per far realizzare l’unico desiderio che sentivo crescere a dismisura in me, quello cioè di averla ancora vicina. I castelli incantati erano crollati sotto i colpi di quell’unica realtà, lei andava al lavoro, anche se io non ero grande, non parlavo ancora e non sapevo neppure nutrirmi. E doveva farlo per darmi da vivere. Così giorno dopo giorno, ogni mattina, senza pietà, prima dell’alba lei doveva lasciare il caldo del nostro letto e anche se pioveva o nevicava, oppure tuonava forte…

Il racconto fa parte dell’antologia “I doni della mente” al seguente link:

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