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E arrivo’ il fatidico primo giorno di scuola, il 7 ottobre 1969


La scuola allora iniziava il sette ottobre, il subbuglio prendeva la strada dove sorgeva l’edificio scolastico, ma anche le vie limitrofe. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe avvenuto di lì a poco:

Dal Capitolo XIII di “Nessun segno sulla neve”(Universo Edizioni), Premio Letterario Circe 2013

E arrivò il fatidico primo giorno di scuola, il sette ottobre  del 1969. La mia vita non sarebbe mai stata più la stessa dopo quel giorno. Mi svegliai presto al mattino e mi vestii con gli abiti nuovi, che i miei mi avevano comprato per la promozione e mi sentivo ve ramente fico mentre mi preparavo. La verità era che con l’estate non ero cresciuto poi molto, ma la mia so miglianza con Dustin Hoffman, con quell’espressione da ragazzo bravo e ingenuo, sapevo che cominciava a piacere alle ragazze. Per cui, dopo essermi spruzzato una dose massiccia di profumo, uscii di casa con l’abbraccio orgoglioso e pieno di pathos di mia madre, con l’unico scopo di arrivare presto e bene a scuola. Per la paura di sgualcirmi gli abiti o di arruffare i capelli, decisi di andare con il mezzo pubblico  e non con il motorino. Non mi ricordavo più cosa fossero i mezzi pubblici.

Gonfio di emozione per l’inizio della scuola, scesi all’imbocco di via Nistri. Attorno era pieno di ragazzi, chi a piedi e chi col motorino,  che si avviavano verso il liceo e io, felice di far parte di quella rapsodia di voci e di emozioni, captavo stralci di discorsi dei gruppi di ragazzi che si avvicinavano alla scuola:

– Ho trovato la versione integrale di Only one woman – Ma quale, quella dei Marbles? – Io invece ho l’album dei Beatles, devi sentire che ficata Ballad of John and Yoko – Davvero? Un giorno me la presti?

Quanta ottima musica era stata prodotta in quell’estate, solo io non avevo potuto comprare tutti gli album che avrei voluto, ma ero troppo gasato per starci a pensare su. Mi avvicinai a un gruppetto  di tre ragazze cercando di origliare la loro conversazione:

–  Ma  l’hai riconosciuto,  quello  è  Gianni,  Dio quanto s’è fatto bono! Hai visto mi ha salutato, ciao Gianni! – Io camminavo da solo ma non importava; sapevo che presto o tardi qualcuno mi avrebbe riconosciuto e chiamato. Infatti, di lì a poco: – Ciao Dustin, siamo tutti qui? – quella era la voce di Alba, ma guardandola  non la riconoscevo. Accidenti, era più alta, più magra, senza baffi, con una bella minigonna e con un trucco  sugli occhi, che definirei un tantino pesante: eyeliner nero sotto e sopra le palpebre, rimmel nero esagerato sulle ciglia superiori e quelle inferiori disegnate sottili e lunghe, per poi finire con le labbra quasi bianche. E anche le altre ragazze che le stavano vicino erano più sofisticate e quasi irriconoscibili.

Tutte  portavano,  piegato sul braccio, quel tristissimo grembiule nero che le avrebbe rese totalmente uguali e indesiderabili, ma adesso erano uno spettacolo! Nuccio, che stava ovviamente in mezzo a loro e troneggiava alto, con i folti capelli neri, sopracciglia e occhi mediterranei, mi venne incontro, mi mise un braccio sulle spalle portandomi  un pochino distante dal gruppo  e mi disse sottovoce: – Quest’anno  non sarà difficile raggiungere l’obiettivo del pompino non ti pare? – Stavo per scoppiare a ridere, ma non volevo certo che le ragazze capissero che si parlava della loro bocca. Mi sottrassi al suo abbraccio e tornai verso il gruppo, che nel frattempo aveva raggiunto quasi la totalità dei ragazzi della nostra  classe, tutti  felici di rivedersi. Naturalmente le due cozze secchione dell’anno prima non avevano subito cambiamenti di alcun genere anzi, nei mesi a venire, sarebbero divenute anche peggio, finché si sarebbero unite al gruppo nascente di femministe e avrebbero  fatto capire, alzando spesso le mani a triangolo sopra la testa, che la fica se la sarebbero gestita da sole; tanto chi di noi ci avrebbe provato? Notai anche un paio di ragazzi, tra quelli che non si erano mai uniti a noi nelle bravate dell’anno prima, che erano rimasti inesorabilmente bambinoni.  Mentre entravamo attraversando il piccolo cortile che dal cancello portava all’entrata dell’edificio, nessuno di noi poteva pensare  che saremmo stati tutti vittime di lì a poco degli sconvolgimenti politici e sociali di quegli anni e che mai più saremmo stati così ingenuamente e autenticamente felici di rivederci.

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